La maggior parte dei reggiani ha preso i diamanti dalla Bpm
Ottocento dei mille truffati hanno acquistato le pietre dall’ex Banco dei Santi che ne ha venduti per un valore di 600 milioni di euro
REGGIO EMILIA. Quei diamanti nel caveau milanese dell’Idb (quest’ultima ai tempi d’oro vantava “il servizio gratuito di custodia”, oggi sigillato e sotto sequestro preventivo) che nessuno vuole più in pancia, nemmeno le banche. È la legge del mercato, ma anche il particolare per absurdum dello scandalo delle gemme dell’Intermarket Diamond Business, società che fin dalla sua nascita possiede i crismi per la sceneggiatura di un thriller internazionale.
Delle cinque banche coinvolte nello scandalo diamanti (Unicredit, Banca Aletti, Monte Paschi di Siena, Intesa San Paolo e Banco Bpm), quella che è rimasta con le pietre che non brillano più in mano è l’ex Banco San Geminiano e San Prospero, per il semplice fatto che è il più esposto. Nella nostra regione le province più colpite sono Reggio Emilia e Modena, si presume in virtù delle relazioni personali che aveva il defunto Claudio Giacobazzi.
Mentre gli altri istituti hanno dovuto rispondere di pochi casi per importi modesti e si sono resi disponibili a restituire il 100%, nella nostra provincia su un migliaio di casi in mano al pool legale di Federconsumatori (che è presa d’assalto in questo frangente, tanto da registrare una ventina di nuovi truffati al giorno) almeno 800 riguardano Bpm. L’unico istituto – è la quarta banca a livello nazionale – che ha venduto 600 milioni di euro in pietre, totalizzando l’anno scorso 84 milioni di utile, e che ora di fronte alle richieste risarcitorie rischia grosso, così come davanti ai capi d’imputazione mossi agli ultimi 75 indagati: truffa aggravata, riciclaggio, omissiva e inganno nell’informazione, ostacolo alla vigilanza. —
Am.P.
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