Gazzetta di Reggio

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Il gioco dei quattro cantoni

Stefano Scansani
Il gioco dei quattro cantoni

L'editoriale della domenica del direttore della Gazzetta di Reggio, Stefano Scansani, sui pilomat in centro storico

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REGGIO EMILIA. Chi non è d’accordo mi scriva. Credo che la storia dei pilomat in centro storico corra il rischio di trasformarsi nel gioco dei quattro cantoni. Chi lo ricorda? I quattro angoli di un quadrilatero di fantasia (quattro alberi, quattro pietre, quattro paracarri) venivano occupati da altrettanti giocatori che avevano l’obbligo di stare mai fermi, correre su e giù, scambiando e occupando gli angoli altrui.

Un quinto giocatore se ne stava in mezzo e doveva cercare di conseguire un angolo nell’istante in cui veniva liberato dall’andirivieni degli altri quattro. Il polemicone cittadino sta svolgendosi nel microcosmo serrato-disciplinato-ostacolato dai quattro cantoni dei dissuasori retrattili, e rischia di diventare sempre più piccolo, quasi folkloristico, certamente provinciale.

Il pilomat più fotografato, videato, tenuto sotto stretta osservazione è quello che stantuffa in via Emilia San Pietro. Perché fra gli altri sarebbe il malandrino, l’ingannatore, l’imprevedibile. Gli sono finiti addosso un’automobile, un uomo in bicicletta e una donna a piedi con la borsa della spesa.

E siccome la città è in campagna elettorale per l’ambitissima sede del Comune, ecco che proprio quel pilomat è il quartier generale degli avversari dell’attuale giunta e del primo cittadino in carica Luca Vecchi. Gli altri candidati sindaci, i contendenti con i loro sostenitori son lì sul marciapiede che attendono un qualsiasi tilt, un qualsivoglia sbam, un imprevedibile patatrac per far sgorgare la critica e immaginare a maggio lo schienamento del governo della città di Reggio.

Questa storia del funzionamento del pistone deve evocare nei suoi adoratori qualcosa di onirico rivoluzionario, erotico dolorifico contro il potere. Il pilomat è un totem che prefigurerebbe la fine di settant’anni di dittatura comunista, il crollo dell’egemonia di un pensiero politico che avrebbe tenuto in scacco milioni di reggiani (i decenni moltiplicati per i consensi elettorali). Il subconscio è il subconscio.

Il pilomat di via Emilia San Pietro allora è diventato una star comoda. Casa e bottega. Perché i negozianti che intendono dimostrare che il Comune sbaglia aprono la porta e fotografano, aprono la porta e fanno il video in diretta, aprono la porta e trasmettono alla gente malesseri e malcontenti.

Se potessero, dal canto loro, gli avversari della Giunta monterebbero lì, in via Emilia San Pietro all’incrocio con via Andreoli, i loro set elettorali. Postazioni fisse. Una puntata diversa ogni volta che il pilomat sale e ogni volta che il pilomat scende. Perché i pilomat – per utilità e funzionamento – a quattro mesi dalle elezioni amministrative, dal punto di vista delle opposizioni, sono provvidenziali.

Le domande da porre al governo cittadino sono due. La prima è bruta, quasi volgare: ma chi ve l’ha fatto fare, chi vi ha convinto a mettere in funzione i pilomat a una manciata di settimane dalle urne fatali? E pensare che è dall’autunno del 2016 che se ne parla, che l’installazione e l’accensione vengono rinviate. Perché proprio ora, in una fase ultima così a rischio? Passo dalla speculazione politica a una doppia visione della città.

Doppia perché per comodità la divido un due, la visione. Quella di chi è d’accordo sulla posa dei pilomat, e li ritiene necessari: questa è un’opinione che non emerge anche a causa della potenza di fuoco social, istintuale e popular dei contrari. La seconda visione è quella che ho descritto domenica scorsa: essa pretende un disegno più ampio ed organico sull’intera viabilità urbana, sugli ingorghi nei viali, sull’inquinamento mortale. Il tema chiama in causa l’amministrazione uscente e quella entrante.

Difficile. Un pensiero più alto e largo del pilomat è difficile? Credo di sì, perché non c’è città della stessa stazza della nostra che in campagna elettorale non ceda a una comune manìa e smania: la deregulation dei centri storici, la penetrabilità di strade e piazze nate per i carri e le carrozze, l’acquisto di un etto di prosciutto cotto (neanche crudo) col piede sull’acceleratore, l’idea che con meno ztl l’economia dei negozianti possa tornare “più bella e più superba che pria”.

In campagna elettorale qui come altrove si ricompongono i poli delle corporazioni (la piccola imprenditoria dei commerci storici in crisi dentro le ex mura) e del potere municipale (che ha agevolato l’insediamento della grande distribuzione oltre le ex mura). A confronto di questa antitesi il pilomat è una quisquilia. Chi non è d’accordo mi scriva.

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