«Un rifiuto anomalo. Forse non sono state comprese le reali responsabilità»
Parla Volta direttore del programma materno infantile Ausl «Seguire un minore diabetico? Ci sono casi ben più difficili»
APPENNINO. «L’insegnante non ha nessuna responsabilità legale. Se il personale della scuola non ha capito questo è evidente che c’è un vizio di fondo». Così Alessandro Volta (foto a fianco, ndr), direttore del programma materno infantile dell’Ausl di Reggio Emilia, al quale ci siamo rivolti per capire, nel concreto, che cosa comporti assistere un bambino diabetico dell’età del piccolo escluso dalla scuola materna statale. Un caso denunciato dai genitori del bimbo e che sta suscitando molte reazioni.
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Cosa significa seguire un bimbo diabetico?
«Si tratta di somministrare l’insulina necessaria e monitorare gli indici glicemici. L’insulina è un farmaco delicato, ma di facile utilizzo, grazie a microinfusori o penne che somministrano concretamente il farmaco e con i quali è molto difficile sbagliare. Possono anche rilevare i livelli glicemici. Ci sono diversi modelli. Alcuni sono addirittura in grado di inviare i dati al cellulare del genitore che quindi può intervenire al bisogno».
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Quali potrebbero essere dunque le difficoltà?
«Sono minime. Ci sono situazioni molto più delicate che gestiamo senza problemi. Molti pazienti diabetici, anche bambini, se al di sopra dei 7 anni, sono in grado di autogestirsi. In questo caso si tratta di un bimbo molto piccolo e che quindi richiede l’intervento dell’adulto».
Facendo cosa?
«Autorizzando l’erogazione dell’insulina quando l’apparecchio ne registri la necessità. Spingendo un pulsante».
Perché dunque, secondo lei, la scuola ha rifiutato di assistere il piccolo?
«Questo rifiuto è anomalo. Abbiamo sempre trovato la collaborazione degli insegnanti che, come in questo caso, seguono la formazione prevista dal protocollo provinciale interistituzionale per la somministrazione di farmaci nei contesti educativi. Un protocollo che ha dimostrato di funzionare. Poi, certo, tutto è perfettibile. Ma qui, evidentemente, hanno pesato alcuni aspetti».
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Quali?
«L’età molto piccola del bambino e la zona montana isolata. Anche solo pochi chilometri possono fare la differenza per la prossimità a un centro sanitario se necessario. Premetto che non ho seguito personalmente il caso, ma ho piena fiducia nella competenza dei colleghi che lo hanno fatto e hanno seguito personalmente la formazione di questi insegnanti. Ai quali vorrei ribadire un aspetto non trascurabile».
Ovvero?
«L’insegnante non è un sanitario: non ha responsabilità penali, perché non è un operatore sanitario. L’insegnante fa quello che farebbe il genitore, previa sua autorizzazione, se fosse presente. In più è l’Ausl che lo autorizza dopo debita valutazione della Pediatria di comunità». —
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