Violenze a mogli e dieci figli I tre pakistani restano in cella
Il gip Ramponi respinge la richiesta di arresti domiciliari avanzata dai difensori Le vittime sono protette ma vivono nel terrore e si profila un aiuto psicologico
Rimangono in carcere i tre pakistani (due fratelli di 36 e 47 anni, un cugino di 49 anni) arrestati per maltrattamenti in famiglia (a mogli e dieci figli) e nel caso del 36enne pure per violenza sessuale.
Rigettata dal gip Luca Ramponi la richiesta di arresti domiciliari avanzata dagli avvocati difensori Giuseppe Silipo e Tatiana Vivino al termine degli interrogatori di garanzia tenutisi lunedì pomeriggio in tribunale a Reggio Emilia.
PESANTI ACCUSE
Ha sicuramente pesato il quadro accusatorio: istigandosi fra loro, si sarebbero lasciati andare a continue vessazioni fisiche e psicologiche, scatti d’ira, divieti nell’uso di medicinali, urla per futili motivi, schiaffi, pugni, atti violenti con l’uso di sedie, scarpe, bastoni. E sul piano investigativo, al di là di quanto raccontato dalle tre donne, hanno avuto un ruolo-chiave le intercettazioni effettuate all’interno dell’abitazione di campagna in cui tutto il gruppo pakistano viveva.
Una pericolosità sociale che poi si associa alla paura che sta attanagliando le tre donne e i relativi figli: non vivono più insieme (in origine, con i mariti, in una casa colonica), ora sono in tre strutture protette.
Vivono nel terrore (si profila la necessità di un aiuto psicologico) e sussiste il rischio concreto che possano ritrattare le accuse nei confronti dei mariti padri-padroni.
È questo il contenuto di una relazione stilata da carabinieri e servizi sociali che il pubblico ministero Maria Rita Pantani (titolare della delicata inchiesta), ha depositato al gip Ramponi affinché la valutasse prima di esprimersi sulle misure cautelari.
I TRE MARITI NEGANO
Nell’interrogatorio di garanzia i tre pakistani hanno negato su tutta la linea.
Il 47enne ha chiesto che le donne venissero portate in aula per vedere se effettivamente li accusano.
Respinta da parte loro l’accusa di maltrattamenti: hanno specificato che i toni alti di voce sono normali per loro e non vuol dire che stanno litigando, aggiungendo che non toccherebbero mai le donne e i bimbi. Il 36enne nega la violenza sessuale.
Sulla delicata vicenda arriva anche un intervento della Cisl Emilia Centrale, attraverso la segretaria Rosamaria Papaleo. «Questa è solo la punta dell’iceberg. Uno tra i tanti casi di violenza che accadono quotidianamente, ma che rimangono nell’ombra» commenta quanto accaduto nella Bassa reggiana, con l’arresto dei tre uomini.
IL COMMENTO
«È’ un segnale incoraggiante il fatto che queste donne abbiano trovato il coraggio di rompere il silenzio e denunciare gli orrori a cui erano sottoposte – continua Papaleo – e uno stimolo per tutte coloro che subiscono maltrattamenti ma non trovano la forza di denunciare. Le donne devono capire che non sono sole, ma c’è un’intera comunità pronte a difenderle». «Come in tutti i casi di violenza non è il momento di fare distinzione sull’origine di provenienza geografica, dato che chiunque commette violenze e nega libertà altrui è e resta una persona brutale» conclude.
«È il tempo di stare vicino e dare supporto alle vittime di brutalità.– afferma Aziz Sadid, responsabile di zona di Cisl Emilia Centrale, firmando la nota congiunta – e da un lato esprimiamo il nostro plauso alla rete dei servizi sociali e alle forze dell’ordine per il lavoro svolto, dall’altro tutta la comunità, compreso quelle dei cittadini immigrati, devono difendere le libertà di scelta e diritti civili, condannando e segnalando alle figure preposte ogni forma e/o tipo di violenza, in nome della nostra Costituzione». —
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