«Come punire i colpevoli della Shoah? La violenza non si risolve con la violenza»
I ragazzi del Galvani-Jodi e dello Scaruffi si interrogano davanti a uno dei luoghi in cui si consumò lo sterminio
cracovia. «Uomo dove sei?». Una domanda retorica piena di paura, forse prima di tutto della paura di una risposta, quella lanciata venerdì durante la prima commemorazione del Viaggio della Memoria di Istoreco a Cracovia e ad Auschwitz-Birkenau.
Il turno di avvio, con 360 studenti reggiani delle superiori, ha appena fatto ritorno a casa e nelle prossime due settimane oltre 700 colleghi daranno loro il cambio. Il programma prevede visite ai campi, approfondimenti, riflessioni prima di un momento collettivo conclusivo, il ritrovo davanti al Krematorium 4 di Birkenau.
Un luogo speciale, una delle costruzioni con camera a gas e forno crematorio usate per lo sterminio, l’unica distrutta da una rivolta di prigionieri ebrei, pronti a sacrificarsi nell’ottobre 1944. Là tutte le classi si sono date appuntamento, per un confronto collettivo in cui chiunque poteva prendere parola.
«Uomo dove sei?», si sono chieste le ragazze della 5ª D socio-sanitario del Galvani-Iodi. «È come se la tua vita fosse mia, rinchiudo la tua nella mia stessa follia, la freddezza delle mura genera angoscia e paura, il terrore, la spietatezza, la sofferenza, l’impossibilità di condurre una vita, l’inferno ingiusto è stato formato nel passato, si può conoscere in ogni presente e in tutti i futuri possibili, terribile, noi liberi, da quel binario l’inferno?».
E lì, l’altra domanda: «Da che parte stare? Scegliere è l’unica cosa che mi resta, alla fine pochi uomini riuscirono a passare dal buio alla luce. Si poteva fare di più, si doveva fare di più». Inevitabile il passo successivo. Se qualcuno ha sofferto questo dolore, qualcuno lo ha inferto. Come dovrebbe essere punito? «Settant’anni non sono tanti, ma sono abbastanza per poter ricordare e celebrare le vittime di questa carneficina. Vittime la cui sola colpa era quella di essere nati in quel determinato periodo storico», riflette Elisa Muzzi del Galvani-Iodi. «Alcuni pensano che gli autori di questa strage avrebbero dovuto subire una punizione esemplare e pari a ciò che loro hanno riservato per le vittime, ma non pensate che tutto questo potrebbe essere definito come un secondo eccidio?», si chiede. «La violenza non può e non deve esser risolta con altra violenza e comunque penso che una punizione l’abbiano già subita da sé: vivere con il senso di colpa per aver ucciso bambini, donne e uomini. Per aver ucciso vite umane».
Vite umane, figli, madri, famiglie. Proprio a queste vittime, a una mamma simbolica costretta a perdere il proprio figlio, è indirizzata la lettera preparata dalla 5ª F dello Scaruffi. «I nostri pensieri oggi sono rivolti a te che hai vissuto tutto ciò che una madre non dovrebbe mai provare. A te che hai visto altri distruggere il destino di tuo figlio e non hai potuto fare niente per evitarlo. A te che hai usato tutte le tue forze nel sorreggere e confortare tuo figlio nonostante le tue paure e debolezze. A te che sei sempre stata forte, che hai sempre combattuto sebbene ciò che avveniva intorno a te lo impedisse. Siamo qui oggi in commemorazione di tutta la tua forza e tenacia, essendo convinti del fatto che quelle mostruose atrocità non dovranno ripetersi e se noi siamo qui è per far sì che ciò non avvenga. Siamo inoltre consapevoli che immedesimarci nei tuoi sentimenti è impossibile ma conoscerli è fondamentale».
Ed alla fine, lo sguardo, preoccupato, al domani: «Quindi sorge la domanda d’obbligo. Quanto sicuri viviamo noi, uomini della fine del secolo e del millennio e, più in particolare, noi europei? ». —
Adr.Ar.
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