Gazzetta di Reggio

Reggio

giulia artoni, quarta L del canossa 

«Un luogo di morte in cui gli alberi ospitano il ricordo di chi è stato»

«Un luogo di morte in cui gli alberi ospitano il ricordo di chi è stato»

2 MINUTI DI LETTURA





CRACOVIA. Uno spazio di morte come Zbylitowska Gora pone tanti interrogativi.

Prima di tutto sulle parole, sulle definizioni da usare per descriverlo. «Tutti sanno la differenza tra un cimitero ed un bosco. Eppure nel bosco cittadino di Zbylitowska Gora, nel territorio un tempo conosciuto come Galizia, sono stati sepolti degli esseri umani, anche bambini, non per sbaglio, non per necessità, ma a causa dell’odio e della violenza di alcuni», riflette Giulia Artoni della 4° L del liceo Canossa di Reggio.

Quegli alberi e quei prati ospitano «vite stroncate in fosse comuni – continua la studentessa – sepolte da terra quel tanto che bastava per non far arrivare l’odore di morte al paese vicino. Uomini trattati come bestie, senza alcuna pietà, senza rispetto dei loro precetti religiosi, anzi proprio a causa di questa religione».

E aggiunge: «Che cos’è un cimitero? Solamente un posto in cui sono sepolti corpi? No, è anche, se non soprattutto, un luogo di memoria. Un luogo in cui chi è stato, continuerà ad essere in eterno, in cui si va non tanto per trovare compagnia o conforto, quanto per non dimenticare chi non è più fisicamente con noi».

Chi non è con noi, di cui però ricordiamo il nome: «Il nostro nome ci identifica, è la nostra identità, infatti il nome apposto sulla lapide non serve ad altro che a ricordare che sotto ad essa è presente il corpo di qualcuno che ha vissuto veramente, indipendentemente dalla fumosa memoria che alle nuove generazioni rimane del passato», riflette sempre la giovane studentessa.

Le differenze rispetto all’Italia sono tante, a partire dalla tradizione funeraria ebraica. «Noi – spiega Giulia – siamo soliti portare fiori sulle tombe dei nostri cari, per portare un po’ di vita in un luogo di morte. Al contrario gli ebrei separano nettamente la vita dalla morte, al punto da non lasciare niente di vivo vicino alle lapidi», racconta.

«Vogliono comunque lasciare un segno della loro vicinanza al defunto e lo fanno portando oggetti inanimati, solitamente sassi. Questi sassi sono un’ottima rappresentazione del senso di infinito, in quanto essi sono eterni, non appassiranno mai, non perderanno mai il loro colore», conclude Giulia. —

BY NC ND ALCUNI DIRITTI RISERVATI

Non lasciare decidere l'algoritmo:

scegli Gazzetta di Reggio per le tue notizie su Google