Invalida dopo l’operazione alla schiena, passano 20 anni e la Regione la risarcisce
La causa civile ha attraversato quattro processi. La donna: «Non c’è giorno in cui io non senta dolore»
CORREGGIO. Una banale caduta dalle scale. Un intervento chirurgico, qualche mese dopo, di ernia del disco. Le dimissioni dall’ospedale, nonostante un quadro clinico compromesso. E un calvario di sofferenze che forse non finirà mai. Era il 1992. Ci sono voluti vent’anni, a quattro processi, e a dicembre dello scorso anno è arrivato finalmente il risarcimento, che quanto meno ripaga dell’enorme esborso dovuto a cure, altre operazioni, terapie.
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È la storia, dolorosa, di Giulia Roccanova, ex ostetrica che abita a Correggio. Dall’altra parte in questa lunga battaglia c’era la Regione Emilia Romagna.
LA CADUTA NEL 1992
Sono passati poco più di due mesi da quando la decisione della Regione di pagare ha messo una parola fine a una vicenda giudiziaria snervante e faticosa. Giulia Roccanova ha deciso di raccontarla, con il suo legale, l’avvocatessa Paola Carlucci, esperta in diritto del malato. Che in tutti questi anni le è sempre rimasta accanto, anche quando la determinazione per vedere finalmente riconosciuto ciò che le era dovuto stava per venire meno.
«Avevo 31 anni quando tutto ebbe inizio. Facevo l’ostetrica in ospedale, avevo un bambino di 3 anni» racconta Giulia Roccanova. La diagnosi, dopo la caduta, è della frattura del coccige. Ma poi iniziano i dolori. E un medico specialista la indirizza verso un intervento di ernia discale, che viene eseguito il 7 dicembre 1992 agli Ospedali Riuniti di Parma. È all’uscita dalla sala operatoria che inizia l’incubo.
«Mi dimettono dopo tre giorni - racconta - È come se una gamba non si fosse più risvegliata. Nella cartella clinici si leggeva come esito dell’intervento: peggiorata». È nel maggio del 1993 che diventa chiaro cosa è successo. «La risonanza magnetica rivela che c’è un ematoma fibroso che ha inglobato le vertebre, dovuto a una emorragia interna intervenuta nel post operatorio di cui però nessuno si è accorto» spiega la donna.
Non servirà a molto l’intervento chirurgico al quale la donna si sottopone all’ospedale Borgo Trento di Verona nel luglio del 1993 e nemmeno la periscopia per lisi della cicatrice a cui si sottopone l’anno successivo all’ospedale di Pietra Ligure, perché nel frattempo viene diagnosticata una instabilità vertebrale conseguenza, spiega la donna, del primo intervento.
Nel frattempo, è una vita menomata quella che Giulia Roccanova conduce, segnata da un dolore cronico che le rende difficile condurre una vita normale, lavorare, occuparsi di se stessa, del figlio piccolo, della sua famiglia.
OPERATA IN FRANCIA
Nel marzo del 1995 affronta un difficile intervento chirurgico in una clinica privata di Lione, operata da un luminare che visita anche in Italia: un intervento che il servizio sanitario italiano non le riconoscerà e che dovrà pagare interamente di tasca propria. «Sono stati viaggi difficilissimi, quelli verso la Francia, in cui ho dovuto viaggiare da sdraiata» racconta, mentre nella memoria è ancora vivo il dolore provato. Dieci anni dopo, servirà un altro intervento ancora, sempre dallo stesso luminare, questa volta in una clinica privata in provincia di Bari.
Ce n’è abbastanza per rivolgersi a un avvocato. Nel 1997, attraverso l’avvocatessa Carlucci parte la prima richiesta di risarcimento stragiudiziale verso gli ospedali di Parma. Che rispondono picche. Da qui, la causa civile datata 1999: nel frattempo, c’è stata la riforma del servizio sanitario nazionale, le vecchie Usl vengono soppresse. Al loro posto, chi deve rispondere è la Regione.
Parallelamente al difficile e doloroso calvario personale - le è stata riconosciuta una invalidità civile del 75% - va avanti quello giudiziario.
«La sentenza di primo grado arriva nel 2003 e ci dà ragione: riconosce un danno permanente rilevante, dovuto alla negligenza nel post operatorio. È una vittoria a metà perché riconosce meno della metà del danno che aveva chiesto», spiega l’avvocatessa Carlucci.
Ma il colpo di scena è quando la Regione decide di fare appello. Domanda che viene accolta e il processo di secondo grado dà torto alla signora Roccanova: per i giudici l’operazione è stata impeccabile e lei non ha diritto ad alcun risarcimento. «Ma noi mettevano sotto accusa il post operatorio», fa notare il legale. È uno dei momenti più duri. Giulia Roccanova vorrebbe rinunciare a ogni altra iniziativa legale, ma l’avvocatessa Carlucci insiste per il ricorso per Cassazione.
Ha ragione. Perché nel 2012, la decisione dei giudizi di terzo grado è l’annullamento della sentenza d’Appello. Il processo si deve rifare. «È il 2013 quando inizia il nuovo processo e la corte vuole vederci chiaro, rinnovando la consulenza medica d’ufficio», spiega il legale. Un altro momento difficile per la parte lesa, che vede ricominciare da capo l’iter che deve giudicare le sue condizioni. Ma ne vale la pena, perché la perizia arriva a dire che sì, il danno c’è stato. Ed è riconosciuto per l’ammontare che aveva richiesto. Di fronte a questo risultato, la Regione ha deciso di non attendere oltre: il 4 dicembre 2018, risarcisce il danno. Quasi 20 anni dopo l’inizio della causa.
L’EPILOGO
Nel frattempo, la donna ha trovato un po’ di conforto con la terapia del dolore - anche grazie alla Fondazione Isal di Rimini - e l’intervento di impianto di un elettrostimolatore midollare, avvenuto nel 2010 a Castelfranco Emilia. «Non c’è giorno che io non abbia dolore. Quanto mi è successo ha condizionato tutta la mia vita: non ho potuto seguire mio figlio come avrei voluto, ho dovuto lavorare part time. E per fortuna ho avuto accanto la mia famiglia, mia madre e l’avvocato che ringrazio, altrimenti non ce l’avrei fatta. Ho potuto vedere la fine di tutto questo solo perché quando è iniziata ne avevo appena 30...». Fa un’altra riflessioni l’avvocatessa Carlucci: «Tutta questa battaglia è avvenuta contro un ente pubblico. È la cosa più avvilente. Se uno non avesse le forze fisiche ed economiche, non ci arriverebbe in fondo. Mentre si parla di diritto alla salute». —
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