Gazzetta di Reggio

Reggio

INTERVISTA CON IL DIRETTORE GENERALE DELL’AUSL  

«I nostri ospedali in rete Così Reggio sarà il modello»

Massimo Sesena

Fausto Nicolini ha appena ottenuto il via libera al nuovo piano ospedaliero «Tolta la sovranità ai chirurghi: un ingegnere organizzerà le sale operatorie»

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Sostiene di essere arrivato ai “supplementari” della sua carriera professionale, anche se il paragone sportivo non è dei più azzeccati. Semmai, Fausto Nicolini, da nove anni al vertice della sanità provinciale, assomiglia di più a quel direttore d’orchestra che dopo aver strappato applausi viene chiamato sul palco assieme all’orchestra per un bis.

Refrattario ai complimenti, la butta sul ridere: «Sono ai supplementari, non perché sono in affanno, ma semplicemente perché mi manca poco alla pensione».

Grazie alla famigerata Quota 100?

«Anche con la “Fornero” se è per questo: con la “Quota 100” potrei andare in pensione a febbraio 2020, con la “Fornero” ci potrei andare a novembre 2021».

Si tratta di scadenze ipotetiche, visto che la Regione l’ha riconfermata all’indomani della fusione tra Ausl e Santa Maria Nuova.

«Sì, e lo ha fatto affidandomi, unico in tutta la Regione, un mandato di cinque anni».

Detto che finora, nonostante la campagna elettorale, nessun candidato si è azzardato ad addentrarsi nella sua materia, teme queste elezioni e con esse un possibile bersaglio in caso di cambi di maggioranza?

«Al di là di quello che sarà il mio futuro professionale, io sono preoccupato per il quadro nazionale: il calo dei finanziamenti alla sanità pubblica, in particolare non si capisce quale strada si voglia intraprendere di fronte al tema della sostenibilità del sistema sanitario nazionale. Non si capisce cosa voglia fare la politica. Per quanto mi riguarda, posso solo dire che i direttori generali, lo ha stabilito la legge, sono fuori dal cosiddetto spoil system. Ho iniziato la mia carriera a Reggio e la finirò qui».

Una scelta? Un caso?

«Credo di poter dire che sia stata una scelta. In questi anni ho rifiutato diversi incarichi, anche per stare accanto a mio padre (Germano, il comandante partigiano Diavolo, medaglia al valor militare, prossimo al centesimo compleanno, ndr)».

Non solo ragioni di famiglia, immagino.

«No, non solo. Reggio in questi anni ha dato davvero grandi risultati. Risultati di cui vado orgoglioso». Quasi per caso arriviamo a uno di questi risultati. Nicolini sta cercando di contattare un medico. Non un medico qualunque: Pietro Bartolo, medico a Lampedusa. È lui che in questi anni di sbarchi ha visitato più di 300mila stranieri. «E il legame con Reggio – dice Nicolini – non è nè casuale nè forzato: Reggio Emilia e Lampedusa sono le uniche due realtà italiane citate a modello dall’Oms, l’Organizzazione mondiale della sanità. Così ho pensato di organizzare un incontro il 25 marzo per parlare dell’assistenza sanitaria ai migranti, proprio per mettere in luce il fatto che le nostre sono state definite best practices dall’Organizzazione mondiale della sanità. Noi qui i migranti li curiamo, anche per tutelare gli italiani».

Certo che, con le elezioni alle porte, mettersi a ridisegnare la sanità varando un nuovo piano provinciale sanitario è una bella sfida...

«Vero. Non eravamo tenuti a mettere mano a un nuovo piano attuativo locale. Avremmo potuto limitarci a gestire l’esistente».

Allora perché lo avete fatto?

«Intanto perché venivamo da una fusione, quella tra Ausl e Santa Maria Nuova che non poteva certo limitarsi ad essere la somma di due realtà che nel frattempo, in questi anni, sono cresciute tantissimo. Eppoi per cercare di dare una risposta a quella richiesta di sostenibilità che arriva dal servizio sanitario nazionale».

Usciamo dalle dichiarazioni apodittiche e caliamole sulla realtà reggiana.

«Il modello Hub & Spoke utilizzato finora non è più sostenibile. Così come non sono più sostenibili le logiche di autosufficienza di ogni singolo ospedale. Per suddividersi le risorse, occorre evitare i doppioni, soprattutto per quello che riguarda l’utilizzo di tecnologie ad alto costo, ma anche per quel che concerne le risorse umane. Il nuovo piano prevede, ad esempio, sul versante della chirurgia senologica, una unica équipe che possa gestire tutti i 700 casi all’anno della nostra provincia. E questo, utilizzando anche i comparti operatori degli altri ospedali, preservando per il Santa Maria Nuova e il Core le patologie e i casi più complessi».

In effetti, uno dei rischi paventati in questi ultimi tempi è che il Core attirasse, come un brand, tutti i pazienti della provincia.

«Proprio per evitare questo rischio abbiamo deciso di muovere le équipe nei vari ospedali, ma non ci siamo limitati a questo: la novità di questo piano per quel che riguarda la gestione delle chirurgie è un’altra».

Quale?

«Abbiamo tolto sovranità ai chirurghi», dice Nicolini sorridendo.

Cosa significa?

«Prima di questo piano ciascun chirurgo gestiva in autonomia i propri turni in sala operatoria. E questo portava ad esempio a grandi differenze, tra il chirurgo con 700 casi e quello con 70, che tuttavia si guardava bene dal cedere le sue sedute di sala operatoria, con la conseguenza che la lista d’attesa del chirurgo A si allungava. Parliamo ovviamente degli interventi programmabili perché per la chirurgia oncologica, per quella ortopedica urgente siamo già dentro i limiti imposti dalla Regione».

Ma la novità qual è?

«Che il chirurgo non decide la sua lista di interventi. La lista viene decisa da un gruppo operativo dove sono rappresentati tutti gli attori della sala operatoria, oltre a un coordinatore della direzione sanitaria e un ingegnere gestionale».

Nel Piano si dedica un paragrafo al Sant’Anna, ma non si parla di riapertura del punto nascite.

«Per il Sant’Anna sono previsti investimenti straordinari proprio per sconfessare chi sostiene che la chiusura del punto nascite sia il primo passo verso la chiusura dell’ospedale. Così non è e gli investimenti lo dimostrano».

Un altro tema politico che investe anche la sanità è la corsa all’autonomia delle regioni del nord. C’è anche l’Emilia Romagna, una delle voci che toccano è proprio la sanità. Perché?

«Senza poter entrare troppo nel dettaglio, più autonomia significa che lo Stato centrale deve solo accertarsi che io abbia i conti in ordine, e non può impormi, ad esempio, il blocco del turn-over per quel che riguarda le assunzioni».

Invero, così non si rischia una sanità a due velocità?

«Questo rischio è realtà e non da oggi. Se guardiamo a Reggio lo dicono i dati della mobilità attiva, ovvero di tutte quelle persone che per curarsi cambiano città e persino regione».

Il tallone d’achille di questo piano qual è?

«Sicuramente non è un problema soltanto reggiano: la carenza di specialisti rende sempre più problematico l’engagement dei professionisti. A Reggio mancano ortopedici, medici dell’emergenza-urgenza, pediatri, anestesisti e ultimamente anche internisti. Ma c’è un altro tema che oggi ci preoccupa».

Sarebbe?

«Gli investimenti per il ricambio delle tecnologie che oggi sono utilizzate a pieno regime ma che proprio per questo hanno una vita più breve. Ecco, per questi investimenti che già nei prossimi anni saranno quasi d’obbligo non c’è al momento la necessaria copertura».

Per il Mire invece i soldi ci sono?

«Trenta milioni sono già stati stanziati, ne mancano cinque ma sono assolutamente fiducioso». —



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