L’assassino di via Nacchi accusato di spaccio di hascisc
REGGIO EMILIA. L’assassino di via Nacchi – cioè il tunisino 24enne Ahmed Ben Haj – ha iniziato ad affrontare un nuovo processo, stavolta per spaccio di hascisc che gli investigatori collocano in un caso nel 2013, ma nell’imputazione principale sino a due giorni prima dell’omicidio che si consumò l’8 giugno 2016 in pieno centro con le coltellate mortali al connazionale 41enne Madhi Sallami.
Secondo quanto ricostruito dagli inquirenti, il nordafricano si era “specializzato” nella vendita di dosi di hascisc al prezzo fisso di dieci euro. E con questa modalità era stato “pizzicato” il 3 luglio di sei anni fa (la cessione riguarda poco più di un grammo di “fumo”), mentre fra il giugno 2015 e il 6 giugno 2016 (quindi per circa un anno) gli viene addebitato uno spaccio sistematico di droga che, a seconda del cliente, avveniva ogni dieci giorni, ogni settimana o più volte nella stessa settimana. Difeso dall’avvocato Noris Bucchi, il 24enne verrà sentito nella prossima udienza, come del resto un investigatore che ha seguito il caso di spaccio ora approdato davanti al giudice Simone Medioli Devoto. Ben Haj ieri non era presente in aula: sta espiando la condanna per omicidio alla Pulce e lavora con continuità all’interno del carcere. Nell’ottobre scorso – in Appello a Bologna – era stata dimezzata la condanna (da 30 a 15 anni e 5 mesi di reclusione) nei confronti del tunisino. Al termine di una dura battaglia legale, i giudici di secondo grado hanno spazzato via l’aggravante della premeditazione, come argomentato dalla difesa. «La premeditazione presuppone sia una preparazione dell’atto violento, sia un lasso temporale tale che vi possa essere un ripensamento. Quel giorno – aveva rimarcato l’avvocato Bucchi – Ben Haj incontrò per caso Sallami (stava parcheggiando alle 18.17) e come prova lo scontrino un minuto dopo acquistò il coltello e alle 18.25 viene visto scappare. Una fuga non preparata. Più plausibile il dolo d’impeto, per vendicare lo sfregio al viso subìto due anni e mezzo prima». L’omicida (completamente abbandonato dalla famiglia) – prendendo la parola – aveva chiesto scusa ai familiari della vittima. Mentre per le parti civile, cioè sei fratelli di Sallami e il convivente Silvano Morini, solo quest’ultimo aveva voluto seguire l’udienza. —
T.S.
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