Allarme siccità in Pianura Padana «I fiumi in secca come in agosto»
Tutto il Nord soffre per un febbraio mai così caldo e asciutto Il Po segna -2,8 metri nel Pavese, sotto i limiti anche i laghi
REGGIO EMILIA. Al ponte della Becca in provincia di Pavia l’idrometro installato in Po ieri segnava -2,8 metri. In pratica il livello che si tocca ad agosto. La crisi però, complice un mese di febbraio tra i più caldi e siccitosi dal 1800 in avanti in gran parte del Paese, non interessa solo il grande fiume ma l’intera Pianura Padana. L’Adige è già sotto il livello minimo, i grandi laghi del Nord hanno percentuali di riempimento che vanno dal 33% del Maggiore al 14% dell’Iseo fino al 9% del lago di Como e per questo tra gli agricoltori è già scattato l’allarme rosso. Secondo l’Anbi, l’associazione nazionale dei consorzi di bonifica, «le condizioni del Po sono in linea con quelle della siccità del 2007, una tra le più gravi degli ultimi tempi, ben più grave di quella del 2017 costata 2 miliardi di euro di danni all’agricoltura». «Sul Po sembra piena estate» segnala Coldiretti in allarme per il rischio siccità che incombe.
Idrometri in crisi
La crisi del grande fiume, stando ai dati raccolti dall’Anbi, purtroppo è «omogenea» in tutti i punti di rilevazione, da Piacenza a Cremona, a Boretto, Borgoforte e Pontelagoscuro. Gli idrometri indicano afflussi inferiori del 70% rispetto a gennaio del 40% su febbraio. In particolare nel piacentino, dove a marzo la portata storica del Po è pari 924 metri cubi al secondo ieri si sono toccati i 465 metri cubi. Di quei a due settimane si arriverà a quota 432 prevedono gli esperti, avvicinandosi così molto pericolosamente alla quota minima di 400 metri cubi al secondo. E così se a Torino all’altezza di corso Regina il livello delle acque fa segnare +0,34 metri, a Casale Monferrato è a –3,74, a Cremona addirittura a –6,76, con le cronache locali segnalano già i terribili odori che sprigiona un fiume che sembra quasi morto, a Casalmaggiore è invece a –3,77, –1,32 alla foce del Mincio e ancora –5,44 a Pontelagoscuro in provincia di Ferrara.
Se soffre il Po è perché i suoi affluenti sono a loro volta in sofferenza. Sulla sponda emiliana l’Enza in questi primi giorni di marzo, ad esempio, ha toccato una portata di appena 0,01 metri cubi al secondo contro i 5,85 dell’anno passato, il Secchia è sceso da 20,25 a 2, 17 ed il Reno da 34,9 è passato a 6,79.
A destare attenzione è anche la situazione dei grandi laghi lombardi i cui livelli sono ampiamente sotto la media stagionale.
In loro soccorso dovrebbe arrivare lo scioglimento del manto nevoso, che però complici le temperature di febbraio si è fatto abbastanza scarso un po’ a tutte le quote. In Veneto identica situazione: a 2mila metri il cumulo nelle Dolomiti settentrionali è infatti inferiore alla media stagione del 15-20% e addirittura del 20% nella parte meridionale. Arpa Piemonte definisce quello appena passato «il sesto inverno meno piovoso degli ultimi sessant’anni, un inverno avaro di piogge e nevicate che sta erodendo la riserva idrica accumulata nei 12 mesi precedenti».
A farne le spese è innanzitutto il lago Maggiore a cui rispetto alla media del periodo mancano ben 100 milioni di metri cubi d’acqua.
Misure d’emergenza
Secondo l’Anbi esistono ancora margini temporali utili per nuove precipitazioni e quindi di qui alle prossime settimane la situazione porrebbe cambiare. I Consorzi di bonifica si stanno comunque adoperando per creare le riserve idriche necessarie per rispondere alle esigenze delle campagne in caso di siccità. A Parma, ad esempio, il consorzio provinciale ha già riunito il tavolo sulla crisi idrica nel timore di possibili danni economici soprattutto alle colture del pomodoro ed al foraggio destinato alla filiera del Parmigiano Reggiano e tra le altre misure è arrivato a ipotizzare l’utilizzo come serbatoi delle casse di espansione dei torrenti Parma, Baganza ed Enza.
Per il presidente dell’Anbi Francesco Vincenzi, vista la situazione, occorre «attivare al più presto tavoli di concertazione nelle regioni del Nord, per contemperare preventivamente i diversi interessi gravanti sull’utilizzo della risorsa idrica e quindi bisogna attuare, quanto prima, il Piano invasi straordinario e disporre di investimenti aggiuntivi».
L’agricoltura è ovviamente in allarme, «poiché le riserve idriche – ricordano dalla Coldiretti – sono necessarie per i prossimi mesi quando le colture, a cominciare dai cereali, ne avranno bisogno per crescere».
Allarme colture
Nelle regioni del Nord, di fronte alla prospettiva che di qui in avanti l’acqua scarseggi sempre di più, si sta valutando, ad esempio, se seminare in anticipo i cereali ed al tempo stesso si teme per viti, pesche ed albicocche nel caso dovesse tornare il freddo. Nel frattempo però ci si deve misurare con l’aumento vertiginoso degli incendi fuori stagione (+1.200% nei primi due mesi rispetto al 2018, secondo le stime Coldiretti) prodotti dall’anomalia climatica.
In pratica un’emergenza nell’emergenza. —
Non lasciare decidere l'algoritmo:
scegli Gazzetta di Reggio per le tue notizie su Google
