Gazzetta di Reggio

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da oggi in vendita 

Dieci tracce essenziali in equilibrio tra rock e ballate intime e intense

M.R.

Protagonista indiscusso è il tempo che scorre Nell’ultima canzone il ricordo dell’infanzia felice «perché il futuro non c’era»

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REGGIO EMILIA. Sono dieci tracce a comporre il nuovo disco di Luciano Ligabue. Un pezzo di lui, visto che in queste canzoni racconta le sue paure, le sue fragilità e anche ciò di cui non può fare a meno: ovvero gli amici, e la sua famiglia.

I primi tre brani – “Polvere di stelle”, “Ancora noi” e “Luci d’America” – li ascolti e ti immagini al concerto: migliaia di voci a cantare le stesse parole, migliaia di cuori che battono per la stessa emozione. Seguono due ballate intense: in “Quello che mi fa la guerra” Ligabue si guarda allo specchio, dando modo a tutti di far la pace con se stessi. “Mai dire mai” è dedicata a sua moglie, a cui ruba spesso quei suoi «occhi buoni» per guardare il mondo; è una canzone d’amore e di speranza.

Si torna a saltare con “Certe donne brillano”, da oggi (non a caso, visto che è la Festa della donna) in radio. Durante la presentazione dell’album alla Warner Music Italy di Milano, Ligabue ha spiegato che si tratta di una galleria delle donne di cui non riesce a liberarsi, un po’ come quando cantava “L’odore del sesso”. E in effetti questo disco ricorda molto – e per noi è un bene – il Liga di qualche anno fa. La sua voce piena ci culla in “Vita morte e miracoli”, invitandoci a dirgli proprio tutto, a fargli vedere anche «la lacrima che non si tiene», quella «che se ne va», perché il tempo, canta lui, «è soltanto un concetto, magari la bolla in cui siamo si allargherà».

“La cattiva compagnia”, con lo zampino potente del figlio Lenny alla batteria, ci riporta ai tempi di “Buon compleanno Elvis” e “I ragazzi sono in giro”: una vera scarica di adrenalina.

Si torna alla dimensione intima con “Io in questo mondo”, una sorta di regalo ai suoi fan e anche un’affermazione della sua filosofia di vita: «Io in questo mondo cammino come so».

Le ultime, bellissime, note sono per i ricordi. “Il tempo davanti” ci fa vedere un Liga adulto che guarda un filmino in cui i suoi genitori sono giovani e lui non è altro che un bambino: «Mio padre che è sicuro di piacere, sempre in bocca un’altra nazionale», «Mia madre sopra un’altalena, fa le smorfie e gioca a far la Loren». “Start” si chiude così, con una foto di famiglia in cui il sorriso è spontaneo e non forzato. Con il tempo lì davanti, che ci spetta e non ci tocca. Ché il futuro è un’invenzione, la felicità è nell’oggi. —

M.R.

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