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La “destinazione”, cioè il destino di Reggio Emilia

Stefano Scansani
La “destinazione”, cioè il destino di Reggio Emilia

L'editoriale della domenica del direttore della Gazzetta di Reggio, Stefano Scansani, sulle elezioni comunali e sulle promesse propagandistiche dei candidati

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REGGIO EMILIA. Settantasette. Sono i giorni che mancano alle elezioni comunali di Reggio e già, tra i vari e sani scetticismi e retrogusti, avanza quello del fumo e dell’arrosto. Vale a dire quante delle tante promesse propagandistiche dei candidati a governare la città fino al 2024 saranno mantenute e realizzate?

La chiamata alle urne è così incombente che ogni programma deve essere preso dai cittadini per il verso giusto: va salutato con razionale sospetto. Ora più che mai, se si considera che in vista delle elezioni i cantieri non vengono chiusi ma aperti (strano controsenso), i pilomat sono stati attivati, per la sicurezza vengono adottate contromisure al fotofinish, è iniziata una frenetica passerella di progetti, rendering, Second Life di Reggio. Ciò vale per l’amministrazione uscente come per le forze avversarie. Tutte ostentano una Reggio migliore, una missione da ultimare o un sistema da ribaltare...

Ho citato Second Life, ovvero quel giochetto elettronico di moda nei primi anni Duemila che riproduce un mondo virtuale parallelo, città comprese. Per molti aspetti l’abbondanza dei rendering sta sollecitando molte aspettative di una immaginifica Reggio. Sia chiaro: le vedute composte in computer grafica sono necessarie e così vicine al realismo che quasi t’invitano a entrarci. Nella psicologia di chi li osserva, i rendering sembrano dire “il lavoro è già fatto” perché comprimono il tempo della sorpresa.

Già sappiamo come sarà piazza del Cristo piuttosto che piazza Gioberti. L’amministrazione comunale è in grado di esporre in più puntate come sarà la grande Arena Campovolo con le sue luci astronautiche, oppure il Parco Campovolo con i suoi pixel color clorofilla. Anche il Tecnopolo futuro prossimo ci viene esibito “finito” attraverso l’elaborazione elettronica con soluzioni accattivanti, perfette. Va a finire che, nel subconscio, il “sarà così” sfiora “il c’è già”.

Giovedì nella Sala del Capitano dell’hotel Posta l’architetto Giorgio Bertani ruotava tra le dita un leggerissimo modellino del “palazzone” di Rivalta, recuperato, cioè di quel che resta della reggia estense e di come sarà dopo i lavori. Quel plastico – tecnicamente una maquette - è il prodotto della stampa in 3D. Pareva di tenere in mano una parte di reggia. Anche gli architetti Fausto Bisi e Francesca Vezzali hanno proiettato immagini strepitose di come diventerà quell’edificio, con i suoi colori ritrovati, gli spazi ricuperati, il verde intorno.

Va scritto che l’esposizione dei progetti e dei modelli per motivi di conoscenza e propaganda (fattiva) è antica come il mondo della comunicazione. Basta ricordare il ritratto dei donatori che nelle arti figurative portavano in palmo di mano chiese e palazzi in costruzione.

Tra l’altro il “progettismo” dedicato alla reggia di Rivalta non è retorico, perché i soldi ci sono: quelli ministeriali che finanziano il Ducato Estense il quale annovera anche le piazze da riqualificare e la Passeggiata dal Palazzo Ducale alla reggia.

Il Rotary club Reggio Emilia Val di Secchia ha compiuto un ottimo lavoro chiamando a confrontarsi pubblicamente, per due giovedì, tecnici, storici e politici. Significativo lavoro quello del presidente del sodalizio, Alberto Cadoppi, a cui si deve la prima fondamentale monografia sulla reggia insieme a Walter Baricchi. Nella prima puntata il progetto di recupero del parco, nella seconda il restauro del palazzo.

Larga parte del dibattito di giovedì scorso è stata dedicata all’archeologia, cioè ai risultati dell’indagine effettuata con il georadar. L’ecografia del sottosuolo ha confermato che le fondazioni del corpo centrale demolite a inizio Ottocento, ci sono tutte a mezzo metro di profondità. Ne hanno parlato Nicola Cassone e Marco Camorani. Passato e futuro in Second Life: diagnosi per immagini direbbero; e terapia per immagini per accorciare il tempo e già immaginare recupero e futuro di giardini ed edifici.

Sono certo che se in programma vi fossero altri giovedì rotariani così densi, essi sarebbero altrettanto affollati, per un trittico attrattivo molto caro ai reggiani: la conoscenza, l’appartenenza, l’ottimismo. Storici, archeologi, botanici, architetti vanno compiendo il loro lavoro. Quel che ancora manca nella visione prospettica di queste imprese è un ingrediente di non poco conto: la scelta della destinazione d’uso che spetta alla responsabilità politica.

Vale per il parco che così ampio e articolato non può essere liquidato come un semplice spazio pubblico; una simile estensione va attrezzata, gestita, controllata, manutenuta (al riguardo i primi a interrogarsi sono i volontari di “Insieme per Rivalta”, gruppo rappresentato nei due giovedì da Lauro Gaddi). Vale per gli edifici salvati e recuperati che dovranno avere una funzione: ospitare chi e che cosa? Divenire sede di quale entità? Perché mai i visitatori dovrebbero confluire lì e semmai fruire di parcheggi, bar e ristoranti, per prendere parte a che cosa?
È qui che la politica è chiamata a decidere la realtà funzionale dei luoghi restituiti. Vale per la reggia, come per le nuove strutture realizzate accanto ai chiostri cinquecenteschi di San Pietro, o gli spazi sconfinati dell’Arena al Campovolo.

Una linea sottile congiunge la destinazione al destino che questa volta coinvolge il passato col presente, le strutture storiche con quelle contemporanee. Oltre al rendering (resa grafica) deve esserci l’operating (la scelta operativa).

s.scansani@gazzettadireggio.it

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