Gazzetta di Reggio

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Il Viaggio della memoria 

Vite spezzate e cuori lacerati a Cracovia nel memoriale in ricordo dell’Olocausto

Adriano Arati
Vite spezzate e cuori lacerati a Cracovia nel memoriale in ricordo dell’Olocausto

Gli studenti reggiani nel quartiere Plaszow, sede un tempo di un campo di lavoro dove migliaia di ebrei vennero uccisi

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Cracovia regala sorprese e memorie, dolorosissime ma suggestive, anche lontano dai campi di Auschwitz-Birkenau. Lo hanno scoperto le classi del Viaggio della Memoria Istoreco, ormai vicino alla conclusione dopo aver portato in visita nei luoghi simbolo dell’Olocausto oltre mille studenti delle superiori.

NON è UN FILM

La meta principale rimane il complesso di sterminio di Auschwitz-Birkenau, ma fra le visite più apprezzate vi è quella al quartiere di Plaszow, alla periferia della città, sede un tempo di un campo di lavoro e transito dove migliaia di persone vennero usate come schiave. E dove a migliaia trovarono la morte. Il complesso è reso celebre dal film Schindler’s List, ambientato a Cracovia e in una versione “adattata” di Plaszow. Oggi, a ricordare quei giorni, ci sono diversi monumenti, fra cui la casa dell’allora comandante del campo Amon Goth e un enorme memoriale sulla vetta di un piccolo colle. Cinque enormi uomini in pietra coi cuori lacerati, raggiungibili a piedi dopo una salita impegnativa, che hanno lasciato il segno nelle classi del Gobetti di Scandiano.

TESTIMONIANZE

«Raffigura cinque ebrei simbolo dell’intera ebraicità che ha subito l’inferno. Il monumento presenta al centro un buco che rappresenta una frattura che non si può risanare, ovvero le perdite che gli ebrei hanno dovuto subire tra il 1943 e il 1945. I volti, chinati verso il basso, simboleggiano l’oppressione imposta dal regime nazista. Le mani presentano un’alternanza tra palmo chiuso e aperto: il palmo aperto rappresenta la resa al nazismo e la rinuncia alla speranza; quello chiuso la volontà di sopravvivere e mantenere dignità», spiegano Lorenzo Asinari, Michael Laganà, Luca Mattioli Luca e Inva Myzyri della 5° E del Gobetti.

«Il monumento ricorda i morti nel campo di Plaszow, raffigura cinque uomini che guardano basso. Questo monumento trae emozioni tra cui: inquietudine, tristezza, paura... crediamo che non potremmo mai sapere come si sentissero realmente, ma possiamo immaginare il dolore», aggiungono Enrico Aprile, Stefano Rondini, Gianni Ruggerini, Simone Carra della 5°A del Gobetti assieme all’insegnante Cecilia Leonardi.

«Cinque uomini vittime del terrore nazista a testa china e sguardo basso. Il loro cuore è stato tragicamente spazzato via e quei buchi non saranno mai più risanati. Le mani con forma diversa ci dimostrano due sentimenti contrastanti. Pugno, simbolo di forza e resistenza, si alterna a mani aperte», riflettono Meigi Zhupa, Valentina Zannoni, Ilaria Vena, Gaia Tondini della stessa classe. Alla fine, arriva la resa di fronte all’enormità di quanto visto: «Per quanto ci si provi a tenere i pugni stretti e resistere fino alla fine arriva un momento in cui questi si sciolgono, non si riesce più a combattere e la mano si stende; ciò non in senso di sconfitta ma di rassegnazione e impossibilità a reggere».

IL PASSATO

Anche oggi Plaszow non è un luogo semplice da raggiungere, freddo, ventoso, ripido quanto suggestivo. Settant’anni fa veniva affrontato con zoccoli e piedi scalzi da uomini trasformati in schiavi. «Tra noi ragazzi molta gente si lamentava di camminare troppo, ma se pensiamo a quelle povere persone che camminavano, talvolta anche scalzi, in contro a una morte certa, la nostra non era nulla. Invece loro l’avrebbero fatta volentieri una camminata come la nostra», riconoscono amaramente Enea Cibiroli e Alex Margini. —



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