Gazzetta di Reggio

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Botte e minacce così il clan dei Bolognino spolpava le ditte

Enrico Lorenzo Tidona
Botte e minacce così il clan dei Bolognino spolpava le ditte

Michele e Sergio hanno “esportato” l’associazione mafiosa In Veneto episodi di violenza, estorsioni oltre a un sequestro

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«Tu devi fare quello che ti dico io... se non fai quello che dico io ti spacco le gambe... Ti spacco la testa... tu e la puttana di tua moglie dovete lavorare per me e stare zitti... dovete compiacere la nostra famiglia». Le minacce affilate sono dei fratelli Bolognino. Un clan nel clan, con Michele, il capo famiglia, condannato nel primo grado di Aemilia a 20 anni e 7 mesi nel rito ordinario più altri 17 anni e 4 mesi per il reato di associazione a delinquere, e che ha davanti a sè altri due gradi di giudizio ma è in carcere già da quattro anni. Prima che scattassero le manette di Aemilia (il 29 gennaio 2015), con il fratello Sergio ha stabilito affari nell’edilizia e acquisito aziende fino in Veneto, valvola di sfogo per i Bolognino, visto che a Reggio Emilia e dintorni c’era una folta concorrenza sotto l’egida della ’ndrangheta marchiata Grande Aracri, il capo dei capi.

Così, per farsi consegnare l’azienda da una famiglia di imprenditori di Galliera Veneta, in provincia di Padova, nel 2012 i fratelli Bolognino non sono andati certo per il sottile con le minacce, riportate nell’ordinanza di arresto dell’operazione Camaleonte, sfociata ieri nell’arresto di 33 persone finite nella lunga rete stesa dalla Dda di Venezia, che ha indagato 58 persone.

Molti di questi sono già in carcere per le condanne del processo Aemilia, come Gaetano Blasco (condannato a 21 anni più altri 17 in abbreviato, qui indagato per la vicinanza a Bolognino), Gianni Floro Vito (qui accusato di ricettazione, condannato in Aemilia a 6 anni più altri 14 anni) e Giuseppe Richichi (9 anni).

Quest’ultimo è il braccio operativo di Michele Bolognino, il quale poteva contare sul fratello minore Sergio (protagonista del processo nell’aula bunker di Reggio Emilia) che viveva sin dal 2001 in Veneto, vedetta pronta a intercettare aziende in difficoltà, rilevate poi tramite Donato Agostino Clausi (il commercialista di fiducia, già condannato in Cassazione in Aemilia a 10 anni e 4 mesi di carcere) passando per violenze mai viste nemmeno in Aemilia.

Nell’inchiesta emersa ieri, infatti, ai due fratelli, a Richichi e a Clausi, viene contestato il reato più grave, quello di associazione di stampo mafioso, legando sempre a doppio filo la figura di Michele alla cosca cutrese in mano a Nicolino Grande Aracri.

Sempre nel 2012, nell’azienda De Zanetti di Vigonza (Padova), Sergio Bolognino con il “modenese” Antonio Genesio Mangone, ha preso a schiaffi e pugni il titolare, dicendo che lo avrebbe fatto «in piccoli pezzi» ovunque lo avrebbe incontrato. Tutto per avere, come poi avvenne, le quote di un’azienda partecipata, così come avvenne con l’azienda di Galliera, ridenominata poi Gs Scaffalature, della quale esiste una foto finita poi agli atti, che ritrae i fratelli Bolognino che si presentano assieme, come i nuovi titolari e gestori dell’attività strappata con inaudita violenza.

La procura antimafia contesta ben 139 capi di imputazione nell’inchiesta veneta, con reati che a vario titolo vanno dalle estorsioni, alla violenza privata, fino al culmine forse raggiunto con un sequestro di persona, avvenuto nel maggio del 2013. Un imprenditore veneto era minacciato da Sergio, che gli chiede di incontrarlo con il fratello Michele.

L’imprenditore fu chiuso in una stanza, gli fecero intendere che Richichi poteva essere armato. Sergio voleva l’azienda e lo minacciò: «O mi dai la procura o ti stacco la testa».

Avuta la procura Bolognino si presentò come socio al 50% della Gs Scaffalature. Il titolare cercò di lasciarli fuori dai cancelli e venne picchiato. Da quell’episodio si accese il primo faro della procura.

Le estorsioni continuarono: una contestazione riguarda Mario Vulcano, condannato in Aemilia a 12 più altri 14 anni. Ma al centro dell’inchiesta c’è anche il riciclaggio del denaro sporco generato dagli affari del clan Grande Aracri, come confermato da Giuseppe Giglio (indagato in Camaleonte), collaboratore di giustizia nel processo Aemilia, che punta il dito contro imprenditori veneti che hanno agevolato il reimpiego tramite fatture per operazioni inesistenti, motore economico della cosca. Alle perquisizioni, avvenute ieri anche a Reggio Emilia, e agli arresti operati con l’aiuto dei carabinieri di Reggio, sono seguiti sequestri per 8 milioni di euro, generati anche con l’usura. “Servizi” offerti da persone camaleontiche che, una volta gettata la maschera, hanno mostrato il loro vero volto. —



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