Ci siamo rotti i polmoni! (Vi bröt våra lungor!)
L'editoriale della domenica del direttore della Gazzetta di Reggio, Stefano Scansani, sulla manifestazione per il clima del 15 marzo e sulle reazioni che ha suscitato
REGGIO EMILIA. Il cielo sopra Reggio Emilia? Avvelenato. E gonfio degli slogan che gli studenti hanno gridato e scritto durante il loro sciopero per il clima, venerdì. Ho scelto quello che era dipinto su uno striscione verde sul prato intorno alla fontana dei giardini pubblici: “Ci siamo rotti i polmoni!”. Non so come si possa tradurre in svedese, come lo pronuncerebbe l’attivista sedicenne Greta Thunberg, probabilmente quasi così: Vi bröt våra lungor!
“STA GIÀ SULLE BALLE”
Non sto a sprecare tempo nel traslitterare nella parlata scandinava la sentenza che qualcuno qui a Reggio ha emanato nei confronti della ragazzina che combatte contro il cambiamento climatico. Il signor Massimo Mauro Catellani ha postato su Facebook: “Non so a voi, ma a me Greta Thunberg sta già sulle balle”. Buon segno. È un pensiero così rispettabile che merita la dignità domenicale, comprova spessore culturale, levatura politica.
Catellani – uomo arcisicuro della sua squadra di adulatori-condividenti - ha realizzato la doppietta. Altro commento: “Qualcuno sa di quanto sono calate le polveri sottili dopo la manifestazione studentesca contro il cambio climatico?”. Queste intuizioni vanno tenute a mente e le pubblico, così son certo di rispettare la par condicio e la predizione di Umberto Eco circa il popolamento dei social.
POLITICI IMBUCATI
La smetto col digitale, per tornare in terra, al reale. Alla manifestazione di venerdì v’è stata una fioritura di uomini e donne della politica: candidati sindaci, supporter, osservatori, “io c’ero”, “avete ragione”. Si è trattato di una imbucatura inevitabile perché siamo nel pieno della campagna elettorale e il tema dell’ambiente è drammatico, prevalente.
I politici devono frequentare per capire l’aria che tira o per metterci il cappello, e per comprendere finalmente che proprio il tema del clima rappresenta la vera frattura tra loro e la generazione nuova. Così imbucati e fuori dal loro habitat da essere ignorati dagli studenti, i politici si sono autopromossi con selfie e video, perché non si sa mai, perché questa protesta non si sa come andrà a finire. L’antropologia delle relazioni insegna che questo è il periodo nel quale gli esponenti della politica vivono di stress e incertezze.
NON ARABESCO
Ci sarà un tempo nel quale anche in Italia e, chissà, a Reggio, una ragazza o un ragazzo senza ascendenze o marchiature politiche di tradizione, sarà portavoce dello Skolstrejk för klimatet (Sciopero degli studenti per il clima). Che duri o non duri, il modo o la moda di protestare in favore della Terra spariglia il dibattito presente, la gestione delle risorse, il confronto fra le parti. Perché chi ha protestato pretende fatti e non programmi; perché gli obiettivi superano le faziosità; perché il movimento è mondiale, non nazionalista, non sovranista, non populista, non arabesco.
Cioè il contrario della soluzione che il governo italiano ha trovato per cavarsi dalla minaccia della crisi sulla questione Tav la quale è appunto per i grillini una minaccia ambientale, ma non per i leghisti. Senza ritegno hanno fatto acrobazie su cavilli e parole, per non affrontare il sì o il no. L’arabesco non fa bene alla fiducia dei cittadini, alla gestione della cosa pubblica, alla scelta ambientale (meno tir, meno marmitte oppure meno tunnel e più marmotte, o “sblocca-cantieri” per non parlare della Torino-Lione). Circa l’arabesco Ennio Flaiano fu magistrale: “In Italia infatti la linea più breve tra due punti è l’arabesco”.
VIETARE E SPEGNERE
Vengo a Reggio Emilia e a chi amministra. Quando le polveri sottili superano il limite bisogna chiudere la città al traffico. Non possono sussistere vie di mezzo o arabeschi. Basta. Di fronte all’emergenza climatica e sanitaria la sceneggiata dei cartelli che vietano la circolazione, degli automezzi che comunque vanno e vengono; dei vigili che fermano nessuno, è una farsa.
Nulla è destinato a mutare nella biosfera se l’amministrazione di una città non comincia a vietare, interdire, bloccare, chiudere, spegnere anche sacrificandosi dopo cinque anni di scelte coraggiose, rivoluzionarie. Ha centrato il tema Diego Marani, ferrarese che lavora alla Ue a Bruxelles, che nel suo commento pubblicato ieri dalla Gazzetta ha annotato: “La protesta dei giovani di tutto il mondo contro l’indifferenza della politica per i problemi climatici è forse la cosa più rivoluzionaria degli ultimi cinquant’anni e sta suscitando una coesione e un’intesa oltre i confini nazionali che non si vedeva da decenni”.
L’eloquenza della manifestazione di venerdì sta anche nel fatto che è stata consapevole d’essere locale e globale. Sui cartelli: “Riscaltate i caplét, non il nostro pianeta”, “Salvom al mond”. Mentre i materiali da lessare in brodo della prima frase non sono traducibili in altre parlate, la seconda intenzione è universale. E non rompe le balle. Salva i polmoni.
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