Aemilia, nella ditta sotto sequestro dei fratelli Sarcone spuntano le armi
Trovate alla Sarcia due pistole, munizioni e un silenziatore Dopo la scoperta a Bibbiano, i carabinieri inviano tutto al Ris
REGGIO EMILIA. Continuano a spuntare inquietanti scoperte dal capannone della Sarcia di Bibbiano. Tre giorni fa, nel cortile della ditta della famiglia Sarcone, sequestrata la prima volta già nel settembre del 2014 dalla Direzione investigativa antimafia di Firenze, sono state scovati due pistole, un silenziatore e delle munizioni, trovati da alcuni operai impegnati nello sgombero dell’azienda della famiglia al centro del processo Aemilia contro la ’ndrangheta al nord.
Le armi sono state scoperte sotto un cumulo di masserizie, sollevate durante lo sgombero nella procedura affidata all’amministratore giudiziario. Sul ritrovamento sono in corso i dovuti approfondimenti investigativi sotto il coordinamento della procura distrettuale antimafia di Bologna.
Il fascicolo è in mano al sostituto procuratore Beatrice Ronchi, già titolare dell’inchiesta Aemilia, che ha portato alla condanna definitiva del capo famiglia Nicolino Sarcone – considerato il boss del clan emiliano legato ai Grande Aracri di Cutro – a 15 anni per associazione di stampo mafioso. Il fratello Gianluigi Sarcone è stato condannato in primo grado a 16 anni e 4 mesi, a cui si sono aggiunti altri 3 anni e 6 mesi per altri reati connessi.
Le armi trovate alla Sarcia sono state sequestrate dai carabinieri di Bibbiano insieme ai colleghi del nucleo investigativo di Reggio, intervenuti dopo la chiamata degli operai. Saranno inviate agli uomini del Ris di Parma per gli accertamenti balistici. Al di là del luogo del ritrovamento, già oggetto di investigazioni da parte dell’antimafia, bisogna scoprire l’origine delle armi e l’eventuale loro utilizzo.
I carabinieri hanno proceduto a repertare le armi poi sottoposte a sequestro in attesa degli esiti degli accertamenti del caso. Sul ritrovamento vige ora il massimo riserbo.
L’azienda era stata messa al setaccio un anno fa dai poliziotti della squadra mobile di Reggio Emilia, che aveva trovato diecimila euro nascosti dentro una parete di cartongesso degli uffici della Sarcia.
Era il 14 novembre del 2017 e si trattava di un indizio svelato dopo il fermo di Carmine Sarcone, il più giovane dei fratelli, anch’egli arrestato dopo i ben più noti fratelli Nicolino e Gianluigi. Un riscontro che aveva aggiunto elementi per rafforzare il fermo del più piccolo dei quattro fratelli della famiglia radicata a Bibbiano. Carmine, 40 anni, era stato infatti arrestato quattro giorni prima del ritrovamento del denaro, perché ritenuto la “faccia pulita” della famiglia, ma anche una «cosa unica» con i fratelli maggiori, come emerso dall’ultimo troncone dell’inchiesta Aemilia, con dichiarazioni di pentiti riscontrate nelle indagini che avevano portato al suo fermo sempre per associazione mafiosa.
Il ritrovamento del contante venne considerato un progresso nelle indagini perché era stato effettuato nell’azienda che era già stata posta sotto sequestro ma che risultava ancora nella disponibilità dei Sarcone. La pm Ronchi, infatti, comunicò nel maggio dell’anno scorso un risvolto inaspettato che è legato al maxi sequestro di beni (valutati sui 5 milioni di euro) effettuato ai fratelli Sarcone. La Dda di Bologna era intervenuta nei confronti dell’amministratore giudiziario di quei beni, chiedendo al tribunale la revoca dell’incarico, perché si era venuti a conoscenza dalle parole di Gianluigi Sarcone – che se ne vantava – che la famiglia disponeva ancora dei beni sotto sequestro. I successivi accertamenti portarono a un risultato clamoroso. L’amministratore giudiziario aveva consegnato a suo tempo a Carmine Sarcone, allora libero, le chiavi, senza controllo, del capannone della Sarcia in via Sacco e Vanzetti, nell’area industriale a Ghiardo di Bibbiano, dove ora sono state ritrovate anche la armi. —
Enrico Lorenzo Tidona
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