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L’onorevole Amadei compie 100 anni «Il segreto? Cammino con la testa»

luciano salsi
L’onorevole Amadei compie 100 anni «Il segreto? Cammino con la testa»

Intervista al leader della socialdemocrazia reggiana, grande appassionato di arte ed europeista convinto  

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IL COMPLEANNO

luciano salsi

Giuseppe Amadei compie oggi cento anni. Il leader della socialdemocrazia reggiana guarda al passato con serenità e orgoglio e nel presente scorge con preoccupazione le nubi che minacciano le conquiste del riformismo e dell’europeismo.

È orgoglioso, però, di quanto è stato fatto e si continua a fare per il progresso e il benessere dei giovani futuri lavoratori grazie al centro di formazione professionale gestito dalla Fondazione Simonini di cui è da sempre il presidente. E continua, da quando si è ritirato dalla politica attiva, a dedicarsi all’arte, la grande passione della sua vita.

Onorevole, a cosa attribuisce il privilegio di essere giunto al traguardo del secolo?

«Sono arrivato a cento anni perché, per così dire, cammino con la testa. Ogni giorno leggo e scrivo. Mi trovo con gli amici a cena e presento qualche artista».

Come riassumerebbe in poche parole la sua lunga vita?

«Senza pensarci troppo direi che sono stato un grande ingordo, anzitutto per gli anni della mia esistenza, che sono tanti e incominciano a pesare. Sono stato per trent’anni nel Parlamento italiano ed europeo, e sette volte al governo come sottosegretario. Sono stato, poi, un ingordo di arte moderna e contemporanea, che continuo a coltivare come una profonda e autentica vocazione».

Che ricordo ha degli uomini politici con cui si è incontrato e scontrato?

«Le divergenze politiche non hanno mai oscurato i rapporti di amicizia personale. Il mese scorso è morto Angiolino Brozzi, già assessore e sindaco socialista di Guastalla. Era per me un amico fraterno, anche se militava in un altro partito. Ho pronunciato un discorso al suo funerale».

Come giudica l’attuale governo?

«Male. La mia lunga esperienza di deputato mi induce a considerarlo un governo di incompetenti e incapaci. Non è lo strumento adatto a risolvere i gravissimi problemi economici e politici dell’Italia».

Eppure una delle sue leggi più significative, il reddito di cittadinanza, è stata presentata come un provvedimento capace di abolire la povertà.

«Il reddito di cittadinanza non abolisce la povertà. Viene introdotto con tanti paletti da renderlo quasi inapplicabile. In ogni caso si fonda su un principio sbagliato. Per combattere la povertà si deve aiutare la gente a trovare il lavoro».

La disoccupazione affligge soprattutto i giovani. Come li si può aiutare?

«Curando la formazione professionale. La Fondazione Simonini, che presiedo, ha una regola e una missione: promuovere l’elevazione sociale e morale dei lavoratori attraverso la professionalità e la specializzazione. Sono molto orgoglioso dei risultati che il centro di formazione professionale Simonini consegue. Quasi tutti i nostri giovani trovano lavoro grazie alla specializzazione che acquisiscono con i tirocini presso le ditte».

Da che cosa ha avuto origine questo centro?

«Il centro di formazione professionale, promosso dall’Opera benefica Camillo Prampolini, è nato dopo la Liberazione nella stessa sede che occupa tuttora in via Merulo, al Buco del Signore, su un terreno donato dalla moglie dell’avvocato Poppi. Lo creò Alberto Simonini, deputato reggiano del Partito socialdemocratico, che era un europeista convinto, fautore del primo embrione dell’Europa unita, la Comunità europea del carbone e dell’acciaio. Nel 1960 ero a Strasburgo con lui, che partecipava alla seduta dell’Assemblea parlamentare europea. Simonini morì improvvisamente il 6 luglio. Da Strasburgo portai la sua salma fino a Reggio. Dopo la sua morte gli succedetti non solo come deputato, ma anche come presidente del Centro di formazione professionale, che nel 1967 trasformai in Fondazione Simonini. Nel 1970 la Fondazione divenne ente morale con un decreto di Giuseppe Saragat, presidente della repubblica».

Che rapporti avevate con le industrie reggiane?

«Avevamo rapporti con tutte le ditte. Adelmo Lombardini fu il primo ad aiutarci, fornendoci alcune delle macchine occorrenti per l’addestramento dei nostri allievi. Il primo tornio l’abbiamo avuto da un industriale. Oggi, come allora, gli imprenditori vogliono avere lavoratori preparati. I corsi erano finanziati fin dall’inizio dall’amministrazione provinciale, a cui è poi subentrata la Regione. Avevamo i reparti di saldatura ed elettricità che sono tutt’oggi i fulcri della nostra attività. Ai laboratori abbiamo aggiunto un refettorio e un convitto. Poi abbiamo aperto due colonie estive, una a Castelnovo Monti e una a Rimini».

Quali giovani accoglievate?

«Accoglievamo soprattutto quelli della città, dei comuni limitrofi e della montagna. Era l’epoca della guerra fredda e noi offrivamo opportunità formative a tutti i giovani senza distinzione politica, aiutando soprattutto quelli che non venivano presi in considerazione perché non iscritti al partito dominante. Io ho sempre combattuto l’ideologia comunista come dittatura e violenza, non gli operai che votavano per quel partito».

Quell’ideologia ha ormai pochissimi seguaci, dopo la caduta del muro di Berlino. Ne è soddisfatto?

«Mi viene in mente ciò che disse Saragat: non ci perdoneranno mai di avere avuto ragione trent’anni prima. Le cose, però, non sono cambiate in bene. La sinistra non è migliorata e ora versa in una crisi profonda. L’Europa era quasi tutta socialista e ora non lo è più».

Dopo lo scioglimento del suo partito, il Psdi, a chi ha dato il voto?

«Ho sempre scelto le formazioni più vicine alle mie idee, prestando attenzione alla capacità e all’onestà dei candidati. Oggi sicuramente non voterei i Cinque Stelle o la Lega. Sono ancora un europeista convinto. Sono stati fatti molti errori, ma per l’Italia la prima necessità è stare nell’Europa, che solamente se unita può reggere le sfide della globalizzazione». —



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