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reggiolo, il processo per maltrattamenti 

«Chiusa in casa da mio marito e mi picchiava per fare sesso»

T.S.
«Chiusa in casa da mio marito e mi picchiava per fare sesso»

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REGGIOLO. La cultura indiana ha un grosso peso in questa vicenda, ma siamo in Italia e per quanto ricostruito dai carabinieri – coordinati dal pm Piera Giannusa – tutto ciò è un reato: maltrattamenti del marito ora 58enne alla moglie di vent’anni più giovane.

Nel processo più che avviatosi in tribunale a Reggio Emilia, ieri si sono vissuti momenti strazianti nella lunga deposizione della moglie (i due non sono ancora divorziati in India perché l’uomo intende concederlo solo se lei ritira la denuncia) travolta dal pianto. Lacrime irrefrenabili che costringono il giudice Simone Devoto Medioli (presiede il collegio giudicante) ad interrompere l’udienza per alcuni minuti. E si scopre con l’aiuto dell’interprete che la 37enne – con gli occhi del marito-imputato ben piantati addosso in prima fila – piange per la paura. Ma cos’è accaduto sette anni fa?

La donna, costituitasi parte civile tramite l’avvocato mantovano Bruno Mazzi, racconta di essere stata trattata come una schiava all’arrivo a Reggiolo, nella casa in cui ha vissuto per tre settimane (fra settembre e il primo ottobre 2012) insieme al marito (a pianterreno) e ai cognati. «Dovevo cucinare e fare le pulizie tutto il giorno, non sono mai uscita dall’abitazione se non una volta per stendere i panni in cortile. E mio marito quando tornava a casa ubriaco mi picchiava dicendo che non facevo le cose, inoltre mi obbligava con la violenza a fare sesso. Io mi rifiutavo, ma lui mi picchiava. In India, quando ci siamo sposati, era amore; a Reggiolo solo rapporti sessuali forzati». Per non parlare degli appetiti sessuali dei famigliari del marito, in un intreccio fra India e Italia non proprio edificante. Finché un giorno, lei riesce a telefonare a degli amici della sua famiglia che vivono in Italia: «Ero riuscita a contattarli, perché ho approfittato del fatto che mio marito era talmente ubriaco da non accorgersi di nulla».

Una telefonata per chiedere aiuto e il primo ottobre di sette anni fa piombano in quella casa i carabinieri: la cognata cerca di tenere la porta bloccata per non farla uscire, il marito rivuole indietro l’anello d’oro nuziale, comunque lei sale sull’auto di servizio se ne va via con i militari, per poi fare denuncia attraverso l’avvocato e rifugiarsi nell’abitazione degli amici. Quattro-cinque mesi dopo la moglie telefona al marito, per cercare di salvare il matrimonio: «Speravo che avesse ritrovato il buon senso, invece lui mi ha detto che mi avrebbe fatto prostituire, che ne aveva il potere...». Stiamo parlando di una donna che al momento del matrimonio in India aveva pagato 3-4mila euro di dote ed altri 300-400 euro per avere i documenti che le servivano per prendere l’aereo e raggiungere in Italia il marito (con alle spalle due matrimoni falliti) che era là già da nove mesi dopo le nozze. I difensori mantovani Elisa Nocenti e Amedeo Grassotti ed Elisa Nocenti hanno – con le loro domande – messo in dubbio più volte il racconto della 37enne, facendo riferimento al succo di alcune telefonate.

T.S.

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