Un italiano residente in via Turri indagato Problemi condominiali movente del rogo
Svolta nelle indagini tre mesi dopo l’incendio al numero 33, che causò due vittime: accusa di omicidio preterintenzionale
REGGIO EMILIA. Una sterzata improvvisa nell’inchiesta – coordinata dal pm Maria Rita Pantani – sul maxi incendio che nella notte tra il 9 e il 10 dicembre scorsi provocò nel condominio di via Turri 33 due morti (Mohammed Bahik, 57 anni, e Mailka Ouatach, 54) e 38 feriti.
LA SVOLTA INVESTIGATIVA
È finito infatti sul registro degli indagati un italiano residente nel supercondominio che raggruppa in via Turri tre palazzi. L’accusa è di omicidio preterintenzionale. Secondo quanto “filtra” avrebbe appiccato il fuoco per problemi condominiali. E l’indagato sarebbe già stato sentito dagli inquirenti.
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Relativamente alle indagini va detto che il maxi incendio non è imputabile a cause elettriche riconducibili agli impianti che si trovavano nel seminterrato. Il primo punto fermo era arrivato dagli esperti della Scientifica che hanno eseguito svariati sopralluoghi all’interno dell’immobile, che è poi stato dissequestrato, cantine comprese. Mentre rimane bloccato quanto trovato nelle cantine, cioè masserizie che raggruppano materassi, vecchi mobili, vestiti, elettrodomestici e pure rifiuti.
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Come prevedibile, l’autopsia ha detto che i coniugi marocchini vittime del rogo – il 57enne Mohammed Bahik e la 54enne Malika Ouatach – sono stati uccisi da intossicazione acuta da monossido di carbonio respirato durante la disperata fuga per le scale.
Che le fiamme si siano alzate dalle cantine non vi sono dubbi, ma ora c’è uno “scatto” in più investigativo su cause e movente riferibili a un italiano residente in via Turri avrebbe appiccato il fuoco.
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INDAGINI D’ALTO LIVELLO
Su disposizione del pm Pantani – che coordina la complessa indagine della polizia per fare luce sulle cause del rogo partito dalle cantine – sul posto in dicembre è tornata più volte la Scientifica da Roma e da Torino, più un ingegnere elettronico del Politecnico di Torino per escludere, una volta per tutte, che la scintilla fosse stata provocata da uno degli impianti elettrici che si trovavano per la maggior parte nel seminterrato. E vista l’impennata nell’inchiesta, deve essere stato più che provato che l’impianto elettrico non c’entra.
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Del resto è stato capillare il lavoro svolto inizialmente dai vigili del fuoco e poi dalla Scientifica di Roma di concerto con i colleghi di Reggio Emilia e del gabinetto di Torino: si è trattato di indagini tecnico-chimiche del massimo livello per eseguire quella che in gergo viene definita una “ricostruzione dinamica” di quanto avvenuto. Agghiacciante ora l’ipotesi investigativa dell’incendio innescato volutamente, il che a questo punto esclude l’iniziale tesi che qualcuno avesse occupato abusivamente una cantina, usando per riscaldarsi una stufetta. Il fascicolo, in avvio contro ignoti, era stato aperto dalla Procura ravvisando i reati di incendio e omicidio plurimo colposo. Ora cambia tutto. —
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