Gazzetta di Reggio

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Salgado, la storia di un successo che invita la città a ripensare la cultura

Lorenzo Immovilli* ; *responsabile Spazio Gerra
Salgado, la storia di un successo che invita la città a ripensare la cultura

Immovilli, responsabile dello Spazio Gerra, lancia il dibattito culturale «Parliamone ora che molti stanno cercando di intercettare poltrone» 

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L’INTERVENTO

Lorenzo Immovilli*

È domenica pomeriggio e mi trovo dentro al piccolo ufficio di Spazio Gerra. Dalla vetrata affacciata sul retro si vede arrivare continuamente gente, giovani, anziani, famiglie intere che diligentemente si mettono in fila, una fila che va oltre la piazza e si distende lungo il portico del teatro Ariosto. Dietro alla porta si sentono continui mormorii che arrivano dalle sale espositive, sprazzi di dialoghi, commenti di passaggio, frasi che si ripetono, parole che talvolta tradiscono commozione e vergogna.

Quello a cui stiamo assistendo da quando le immagini di Salgado sono arrivate in città è una sorta di pellegrinaggio che non conosce precedenti nella recente storia delle iniziative culturali cittadine. Un pellegrinaggio di persone di ogni genere, età, estrazione sociale, provenienza, significativamente rappresentative di un ampio pezzo di società.

Pur essendo abituato a gestire file di pubblico, in questo caso ho avuto una reazione diversa, sono stato assalito dalla curiosità di guardare le persone. Così sono rimasto più ore possibile in sala, ho osservato la gente, ne ho scrutato gli sguardi, ascoltato commenti e reazioni, raccolto indicazioni e confidenze; ho annotato tutto senza fatica. Questo evento ha scatenato una collettiva esigenza di ammirare le fotografie esposte, ed è necessario e costruttivo chiedersi perché. Non certo per merito della campagna pubblicitaria (esigua se rapportata a quanto si investe per mostre del genere), e nemmeno per un piano di comunicazione sui social (ci sono numeri ben più significativi per eventi di minore richiamo). Ovviamente la statura del personaggio, la forza e il significato dei contenuti sovrastano in efficienza ogni immaginabile strategia promozionale. Ma non è solo questo: il successo è in buona parte generato dalle persone che visitano la mostra e che agiscono nel più classico dei modi, attraverso un passaparola carico di ammirazione e commozione, reso ancora più convincente e partecipato dalle modalità grazie alle quali questo dialogo fra Salgado e Binario49, e a seguire Spazio Gerra, è maturato.

Ammirazione, commozione e vergogna sono espressioni e reazioni che ho visto sui volti delle persone che si muovono silenziosamente tra queste cento fotografie. E mentre ciò avviene mi chiedo quanto serva tutto questo, quanto sia in grado di incidere realmente sui nostri comportamenti, quanto queste immagini siano capaci di scuotere il nostro quotidiano e noioso sprofondare nel benessere.

C’è un forte elemento di religiosità nel lavoro di Salgado, è un aspetto molto evidente e provoca lo stesso effetto di un rito religioso che si chiude con una confessione e un pentimento. È come se tutti sfilassero, da spettatori privilegiati, di fronte alla realtà più dura, alle più difficili prove cui la vita può sottoporre un essere umano, facendoti sentire senza merito o giustificazione una persona fortunata.

Questa sorta di antico rito porta con sé tante domande, poche certezze, e soprattutto una infinità di dubbi sulla reale capacità che abbiamo di sacrificare qualcosa di noi stessi per aiutare o sostenere il prossimo. Certo, il seme della generosità e dell’altruismo dimora in ognuno di noi, ma come possiamo credere che ciò affiori fino a diventare concreto se le nostre facce sono ingrigite dalle piccole nevrosi quotidiane e se siamo pronti a innervosirci quando il latte del caffè macchiato non è della giusta temperatura, o addirittura ad azzannarci lungo la strada se qualcuno si permette di suonare il clacson nel momento sbagliato. Guardiamo queste foto la cui bellezza è come un pugno nello stomaco, ma lo stesso stomaco è da subito pronto a cimentarsi in una nuova abbuffata, semmai consumata commentando la drammaticità delle immagini stesse. Contraddizioni enormi, non certezze ma dubbi. La grandezza di questo lavoro sta esattamente nella capacità di evidenziare quanto rischiamo di essere assurdi. E tanto più lo siamo quando cerchiamo di affermare ciò che crediamo giusto.

Un altro aspetto interessante è che queste contraddizioni dilagano oltre i contenuti delle fotografie, oltre ciò che Salgado ci comunica con estrema chiarezza. La sua forza rompe gli argini entro i quali è nata, destabilizzando la nostra quotidianità e portandoci a mettere in discussione le modalità con le quali operiamo di solito, ognuno nel suo ambiente, nel suo lavoro. È proprio vero che un messaggio è forte solo quando scardina le certezze, e in questo, a ben guardare, la mostra Africa colpisce nel segno, cambiando in città la percezione delle cose, esigendo una riflessione su progetti e metodi attraverso i quali le iniziative culturali vengono realizzate.

Se si osserva quanto sta accadendo sorgono spontanei tanti interrogativi: che peso ha in un progetto culturale la “storia” del suo sviluppo e la motivazione che l'ha generato? Che ruolo gioca il fatto che alla sua base si trovi un dono? Può questo dono generare reciprocità? Cosa succede se questo impegno e questa convinzione generata da singoli e associazioni viene “istituzionalizzata”? Quali sono i profili in grado di valorizzare e gestire relazione tra le istituzioni e le più sincere energie che vengono dal basso? Esistono nuovi modelli per fare cultura oggi? Modelli che non siano solo improntati al pagamento di un biglietto o al puro finanziamento pubblico? In che misura un progetto culturale è già di per sé un progetto di comunicazione che si autopromuove da solo? Quali sono gli strumenti per intercettare coloro che abitualmente non frequentano la “cultura”? Pubblici che (basta leggere i messaggi lasciati sul libro firme) hanno una gran fame di cultura “alla portata di tutti”. Vale la pena che le istituzioni si impegnino per far crescere realtà fuori dai luoghi deputati del centro? Progetti condivisi tra centro e periferia possono contribuire a creare nuove prospettive per la città? I temi sarebbero tanti ed è singolare che in queste settimane non si sia sviluppata una riflessione o un confronto su nessuna di queste questioni. Aleggia un silenzio innaturale che viene principalmente dagli addetti ai lavori, un silenzio che in questo caso sta quantomeno risparmiando al buon Salgado quel quotidiano rimbalzo di notizie, like, pollici su, selfie-emoticon-cuoricini-bacetti e hashtag sui quali, almeno apparentemente, si misurano gli indici di gradimento e riuscita delle attività culturali odierne, riducendo tutto a mera autoreferenzialità.

Fortunatamente, al nostro sindaco, che come tale ha la responsabilità e in questo caso la sensibilità giusta per ascoltare il reale respiro della città, non è sfuggita la dimensione eccezionale di questo evento, che egli stesso ha descritto come «iniziativa straordinaria venuta dal basso». E forse a lui possiamo appellarci, e alla sua giunta che ha fornito il sostegno necessario per rendere possibile l'iniziativa, proprio ora che ci apprestiamo a future elezioni e molti operatori del settore stanno con evidenza cercando di intercettare eventuali vacanti poltrone, affinché si possa fare tesoro di questa esperienza unica e straordinaria, scavalcando il muretto del facile trionfalismo, alla ricerca di quelle verità che dalle immagini e dalla volontà di Salgado sembrano propagarsi in ogni ambito della nostra città. Facciamolo alla svelta, prima che anche le parole e le fotografie di "Tiao" sfumino in un semplice ricordo, raccontato davanti a un abbondante piatto di tortelli. —

*responsabile Spazio Gerra



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