Si è sempre difeso con l’alibi «Ero al passo del Tonale»
REGGIO EMILIA. «Ero al passo del Tonale con la mia famiglia e con noi c’era anche una nostra cugina che mia cognata mi aveva portato di prima mattina. Il 2 agosto 1980 guidai da Reggio Emilia fino a Rimini, dove stava mia moglie e poi arrivammo in questo albergo, lassù, dove rimanemmo per una settimana di vacanza». È sempre stata questa la versione dell’ex primula nera, Paolo Bellini, sulla sua presenza a Bologna nel giorno della strage. Una versione ribadita anche nei giorni scorsi alla stampa, riportata in dichiarazioni rilasciate già all’epoca e contenuta anche nel libro di Giovanni Vignali, intitolato “La Primula Nera: Paolo Bellini, il protagonista occulto di trent’anni di misteri italiani”.
Nel corso delle indagini concluse con l’archiviazione del 1992, emerse che l’ex primula nera reggiana si trovava nel 1980 più volte a Bologna, sotto la falsa identità di Roberto Da Silva usata in quegli anni di latitanza, in un affittacamere vicino alla stazione: una presenza inizialmente confermata da Triestina Tommasi, la donna che gestiva l’affittacamere, che aveva ammesso di aver ospitato nel 1980 a Bologna un sudamericano che diceva di essere un pilota di linee internazionali (Bellini aveva il brevetto) ma non il giorno della strage.
Successivamente, in sede di ricognizione personale, tuttavia, la donna non riconobbe in Bellini la persona ospitata. Sempre in fase di indagini, due testimoni sostennero che era in stazione il 2 agosto, facendo così a lungo di Bellini l’indiziato numero uno. Ma quest’ultimo fornì sempre un alibi.
Per quanto riguarda la richiesta di revoca dell’archiviazione avanzata dalla Procura generale di Bologna, di recente Bellini – attualmente pizzaiolo nel Lazio con un’altra identità e uscito dal programma di protezione dello Stato – ha affermato di non sapere se sarà presente a Bologna il prossimo 28 maggio, alle 9.30, quando il gip Francesca Zavaglia deciderà sull’istanza avanzata dal procuratore generale Ignazio De Francisci, dall’avvocato generale Alberto Candi e il sostituto Nicola Proto, che sono sicuri di avere nuovi elementi a carico del killer, protagonista dalla metà degli anni Settanta delle cronache giudiziarie e dei più fitti misteri d’Italia.
Già nel 1976 diventa latitante per sfuggire ad un mandato di cattura per tentato omicidio: si rifugia in Sudamerica, per ricomparire con il falso nome di Roberto Da Silva. Nel 1988 Bellini conosce in carcere l’uomo d’onore Antonino Gioè, che lo definisce «infiltrato dello Stato» nella lettera scritta prima di morire dopo gli attentati del ’93. E il pentito Giovanni Brusca lo indica come «suggeritore» della strategia per colpire i monumenti. L’attenzione dei Pg su Paolo Bellini è «una notizia importante – hanno detto i legali dei familiari delle vittime – ed è il segno che l’indagine avocata sui mandanti sta avanzando». —
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