Gazzetta di Reggio

Reggio

Con Fontanesi scordate la reggianità

Stefano Scansani
Con Fontanesi scordate la reggianità

L'editoriale della domenica del direttore della Gazzetta di Reggio, Stefano Scansani

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REGGIO EMILIA. Un certo dibattito da queste parti è sempre brado, incombente. Piace e divide, perché il tema è connaturato a Reggio Emilia e ai reggiani: si stava meglio una volta? Quale città preferiamo? E paradossalmente, come qualcuno ha scritto, si stava meglio quando si stava meglio? Sono tante le domande di ordine politico (alto) la cui cornice è l’essere o il non essere provinciali, tornare al beneamato e consolante paesone o puntare diritto al progetto di città?

Per le risposte non fatevi sfuggire l’imminente mostra retrospettiva dedicata al pittore concittadino Antonio Fontanesi, nato duecent’anni fa in una Reggio ancora estense, poi risorgimentale, quindi sociale, straordinariamente creativa. A lui, l’uomo dai grandi baffi, inquieto e randagio, la scatola segnata dall’Appennino e dal Po, dal Secchia e dall’Enza, andava strettissima. Perlustrate le opere che saranno esposte dal 6 aprile fino al 14 luglio all’ultimo piano dei Musei Civici e scoprirete quanta ricchezza formativa e civile e quanta fame di mondo produce questa terra. Fuori, fuori da Reggio.

Personalmente – è una mia scelta, discutibile, e me ne prendo ogni responsabilità – non sono mai ricorso al termine “reggianità”. Questo sostantivo induce nella tentazione di credere che ogni città, paese o borgo abbia una sua “ità”, che ne fissa i caratteri distintivi permanenti.

Fontanesi aveva fatto della “reggianità” un punto di partenza nella sua elaborazione artistica che oggi scopriamo sconfinata. Appunto, senza frontiere. Non per nulla gli organizzatori della mostra-evento hanno congegnato un titolo molto articolato: “Antonio Fontanesi e la sua eredità, da Pellizza da Volpedo a Burri”.

Vuol dire che quest’uomo, pittore valente e girovago, incarna l’esperienza di connessione fra la corrente divisionista italiana e la grande internazionalizzazione dell’arte italiana del pieno Novecento. Fontanesi fu centrale nel dibattito artistico perché non rimase fermo nella sua “ità”, ma viaggiò molto e sempre, dalla Svizzera a Parigi, da Londra a Torino, e persino in Giappone, méta clamorosa per l’allora, capace di far elevare i concetti più che la materia, le idee più che la realtà ritratta.

Nei dipinti di Fontanesi Reggio Emilia c’è. Cercatela, se volete. Sta rinchiusa, ma molto libera, nella pittura di paesaggio che Fontanesi non ha mai e poi mai abbandonato. Ve n’è il riverbero. E se non ci vedete Reggio, c’è almeno e totalmente la radice della provenienza: città e gente che danno valore alle cose, alla loro rappresentazione trasfigurata.

A riconoscere il valore di Fontanesi fu lo storico e critico d’arte Roberto Longhi, anche lui con una sua propria “ità”: aveva genitori d’origine concordiese e carpigiana, emigrati in Piemonte per l’attività del padre esperto di enologia. Longhi definì così Fontanesi: “Sta sul piano dei maggiori d’Europa”.

A volte, dunque, siamo più che mediopadani. Le mostre d’arte a volte servono alla lettura dell’avventura esterna e alla comprensione del presente interno. In un’intervista impossibile a Fontanesi la prima domanda sarebbe proprio questa: qual è la sua Reggio?

La risposta potrebbe essere più o meno questa: quella che mi ha generato, formato, permesso di alimentarmi del mondo e neanche tornare. Il pittore infatti è sepolto a Torino dove risuona la sentenza quasi resurrezionale affidata a un allievo “Felice l’artista che nasce dopo morto”. Va scordata l’equazione del dare-avere, cioè di quanto Reggio ha fornito a Fontanesi e quanto Fontanesi ha restituito a Reggio.

Questa è una pratica economica, mercantile. Vedetevi la mostra ritenendo la nostra città un ormeggio, buono per gli attracchi e il luogo da cui salpare perché come la pittura fontanesiana Reggio resta sospesa fra il romanticismo e la modernità. Qui l’“ità” sta a pennello.

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