Sequestro alle Poste L’inchiesta è chiusa presto Amato in aula
Il 56enne non ha mai spiegato le motivazioni di quel gesto Dopo la sentenza di Aemilia si era dileguato per 5 giorni
REGGIO EMILIA. Fra poco più di un mese sarà un processo a fare ulteriore chiarezza sull’inferno scatenato – il 5 novembre scorso – dal 56enne Francesco Amato per otto lunghe ore all’interno dell’ufficio postale di Pieve Modolena, dove ha tenuto in ostaggio cinque persone sotto la minaccia di un coltello.
Ha, infatti, chiuso l’inchiesta il pm Iacopo Berardi che accusa Amato (ora in cella a Terni) di sequestro di persona aggravato dal fatto che stava eludendo la misura cautelare emessa nella sentenza del maxiprocesso Aemilia (era ricercato da cinque giorni) in cui è stato condannato a 19 anni e 1 mese di reclusione perché considerato un affiliato della cosca ’ndranghetista emiliana. In più c’è l’imputazione di porto abusivo d’arma. Su questo clamoroso gesto – la notizia rimbalzò quel giorno su tutti i media nazionali – Amato non si è mai espresso, perché nell’udienza di convalida dell’arresto avrebbe voluto parlare in aula solamente con la presenza dei giornalisti, cosa ovviamente non prevista dalla legge. L’avvocato difensore Franco Beretti si era limitato a dire che «si trattava di un unicum, un atto irripetibile, con una motivazione che si è esaurita». L’allusione del legale è all’agire impulsivo di una testa calda che ha mal digerito la condanna di Aemilia.
Amato, mentre era barricato con gli ostaggi nell’ufficio postale, aveva urlato più volte: «Sono innocente, non ho ucciso nessuno, 19 anni di carcere sono troppi!». E quando si era costituito aveva continuato a ripetere: «Non volevo fare del male a nessuno».
Gli indizi raccolti dai carabinieri (il 56enne fa perdere le tracce per poi riapparire di colpo, armato, nell’ufficio postale) portano a una pianificazione di quanto accaduto.
Non è certo poi un mistero che gli inquirenti avevano preso in considerazione anche la matrice mafiosa, sospettando che vi fosse dietro a questo plateale sequestro di persona un messaggio al clan o del clan ’ndranghetista.
Ipotesi investigativa naufragata, visto che le indagini sono rimaste di competenza della nostra Procura e non sono mai approdate alla Dda di Bologna. —
T.S.
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