E ora i formaggi della Nuova Castelli tornano a far gola ai fondi privati
Charterhouse vuole un nuovo socio per iniettare 50 milioni In ballo spuntano una finanziaria e una realtà industriale
Nuova Castelli deve investire per continuare a crescere, riducendo anche la pressione debitoria tramite aumenti di capitale. A quattro anni dall’acquisizione da parte Charterhouse, servirebbe una nuova e sostanziosa iniezione di risorse. Il fondo inglese, però, per regolamento interno, non potrebbe più immettere soldi nell’azienda reggiana che produce formaggi, Parmigiano-Reggiano in primis, per un valore che a livello consolidato tocca di 460 milioni di euro di ricavi nel 2018, con 27 milioni di Ebitda e 190 milioni di debito, di cui 100 milioni garantiti alle banche con forme di Parmigiano-Reggiano.
Nel 2014 Charterhouse aveva pagato ben 350 milioni di euro per l’azienda reggiana leader nel settore della produzione e distribuzione dei grandi formaggi Dop italiani, dal re Parmigiano-Reggiano fino al Gorgonzola e al Taleggio, che nel 2015 acquisì anche Alival e North Coast, puntando al mezzo miliardo di ricavi. Ora sembra aprirsi una breccia nel capitale della Nuova Castelli, fondata dal patron Dante Bigi, che ne detiene ancora quote.
Il dossier sta girando sui tavoli di diversi investitori nazionali ed esteri. Il fondo britannico avrebbe dato mandato a Rotschild per valutare dei compratori. Le strade sono due: una finanziaria, con entrata di un partner con una fiche da 40-50 milioni, e una industriale, con la vendita a un’azienda del settore del 100% del pacchetto.
Ieri il Sole24ore ha lanciato i nomi dei fondi QuattroR (fondo partecipato al 40% dallo Stato tramite da Cassa Depositi e Prestiti) e Italmobiliare, holding al cui vertice c’è Carlo Pesenti (Italcementi) che detiene e gestisce un portafoglio diversificato, quotata in Borsa e un attivo netto di circa 1,5 miliardi di euro. Un secondo tentativo da parte dei due fondi dopo quello andato a vuoto nel giugno scorso quando si sono presentati in tandem alla corte della Ferrarini spa.
L’azienda dei prosciutti ha negato allora la possibilità di convolare a nozze con QuattroR e Italmobiliare, che erano disposti a mettere sul piatto 100 milioni di euro per rilevato l’azienda in crisi finanziaria, ora finita nelle mani del gruppo valtellinese dei salumi Pini. Oltre che su questi due tavoli, il dossier sta girando anche su quelli di Capvest, Oxy Capital (che si era avvicinata a Unieco prima della liquidazione).
Gli animi degli investitori, per ora, sembrano freddini: è vero che il dossier sta girando e che è transitato su diversi tavoli, ma le valutazioni non sono ancora giunte. Si tratta di una partita rilevante, un gruppo ramificato e che sembra poter cambiare casacca a 5 anni di distanza dall’ultima rivoluzione societaria. —
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