Clan, nel Reggiano 11 confische definitive dalla sentenza di Aemilia in Cassazione
Sono beni dislocati in sette comuni. Mezzetti (Regione): «Ora una gestione rapida per rispondere all’arroganza mafiosa»
Al momento sono 11 i beni confiscati definitivamente nella nostra provincia e che sono legati alla “costola” del maxiprocesso Aemilia relativa ai riti abbreviati e già chiusasi in Cassazione nell’ottobre scorso.
Beni dislocati in sette comuni reggiani. Due assegnazioni definitive le troviamo a Montecchio, Gualtieri e Brescello e Cadelbosco Sopra, il resto a Reggio Emilia, Reggiolo e Vezzano sul Crostolo.
È comunque solo una sorta di “antipasto”, visto che complessivamente dai due tronconi giudiziari di Aemilia – cioè il maxiprocesso di primo grado tenutosi a Reggio Emilia e quello citato dei riti abbreviati in gran parte già chiusosi in Cassazione – sono fioccate confische (definitive e non) alla ’ndrangheta per circa mezzo miliardo di euro.
Un calcolo sul valore economico che per forza di cose può essere – al momento – solo approssimativo, perché occorrono valutazioni, caso per caso, su abitazioni, capannoni, società (alcune effettive, altre solo “cartiere” per emettere false fatture), terreni, mezzi (auto, camion, moto) bloccati al clan marchiato ’ndrangheta sul territorio emiliano-romagnolo e non solo. E stiamo parlando di oltre cinquecento beni.
«Come evidenziato nel processo svoltosi a Reggio Emilia – ha dichiarato di recente Massimo Mezzetti, assessore regionale alle Politiche per la legalità – sono confermati i tratti fondamentali delle caratteristiche e delle dinamiche di penetrazione e radicamento delle organizzazioni mafiose nel territorio emiliano-romagnolo, che da tempo avevamo individuati. Una penetrazione di carattere economico che si è radicata attraverso una rete di collusioni, complicità o ingenuità».
Su questo patrimonio immenso occorrerà accelerare i tempi per una gestione efficace dei beni, ora con l’ausilio di due Protocolli mirati (siglati nei Tribunali di Bologna e Reggio Emilia, coinvolgenti non poche realtà, fra istituzioni e attori socioeconomici).
«Protocolli che prevedono come siano conciliate – ha rimarcato sempre Mezzetti – sia le esigenze di giustizia che quelle di una comunità che intenda reagire all’espansione degli investimenti da parte della criminalità organizzata ed economica. Questo puntando a rimettere in circolo il più rapidamente possibile i beni che da simbolo della presenza e dell’arroganza mafiosa, possono costituire un vantaggio per la collettività». —
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