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I problemi di salute di Grande Aracri posti in tre tribunali

Il boss ha chiesto il trasferimento dal carcere di Opera La difesa: «Soffre di cuore». Ma gup e Riesame dicono no 

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REGGIO EMILIA. Il boss 60enne Nicolino Grande Aracri – collegato in videoconferenza dal carcere milanese di Opera – sembra l’ombra di se stesso, appare provato rispetto alle immagini diffuse nel maxiprocesso Aemilia, quando veniva fotografato e pedinato dagli inquirenti durante la poderosa inchiesta antimafia della Dda di Bologna.

Tramite i suoi avvocati – Filippo Giunchedi al Nord e Gregorio Viscomi in Calabria – Grande Aracri sta cercando di essere trasferito dal carcere di Milano. Il numero uno della cosca cutrese lamenta da tempo problemi di salute che finora non hanno convinto i tribunali. L’avvocato Giunchedi, ha già depositato un’istanza di revoca della custodia cautelare per il suo assistito che «soffre di gravi problemi cardiaci e deve essere portato in un luogo dove può curarsi adeguatamente». E il legale aggiunge: «Il mio assistito è in uno stato fisico difficile e le problematiche cardiache sono solo la punta dell’iceberg».

Uno stato di salute su cui non si deve però esprimere la Corte d’assise di Reggio Emilia, bensì il Tribunale di Bologna che ha già dato risposta negativa all’istanza (il carcere è stato ritenuto compatibile con le condizioni di salute del boss) sia con il gup che con il Riesame, anche se – vista la situazione – è stata ora richiesta un’attenta revisione dei macchinari con cui viene monitorato e curato Grande Aracri. Il prossimo “passaggio” sarà in Cassazione.

Ma di questo “nodo” sanitario se ne stanno occupando – per competenza – anche il Tribunale di Brescia e quello di Catanzaro, dove il capoclan sta affrontando altri tre procedimenti.

Pur provato, ieri Grande Aracri non si è perso una battuta del processo che lo vede accusato sia come mandante della morte di Nicola Vasapollo, sia come appartenente al gruppo di fuoco che uccise Giuseppe Ruggiero.

Nelle pause ha parlato telefonicamente a lungo con il suo difensore, è intervenuto con “dichiarazioni spontanee”, ma ha anche incassato il rigetto della Corte della sua richiesta che le telecamere dei giornalisti restino fuori dalle udienze.

Un attivismo che – ora si scopre – Grande Aracri ha manifestato anche a Brescia, dove voleva ricusare uno dei giudici della Corte d’appello del processo Pesci, puntando il dito su una presunta incompatibilità, ma un mese prima della conferma della condanna per associazione mafiosa. Ma è arrivato il no della Cassazione, che ha respinto il suo ricorso.

Uno dei giudici del collegio presieduto da Giulio De Antoni, Massimo Vecchiano, faceva parte della corte d’Assise di Cremona che nel 2004 lo processò per omicidio e porto illegale d’arma. Undici anni prima, nel 1993 a Colonie Padane, vennero uccisi in un agguato di mafia il 29enne Dramone Ruggiero e il 39enne Antonio Muto. Grande Aracri e il suo luogotenente Francesco Lamanna vennero condannati all’ergastolo. Una sentenza poi capovolta dalla Corte d’assise, che li assolse. Secondo i legali del boss, i due processi hanno come oggetto lo stesso sodalizio criminale e lo stesso periodo. Un rilievo non accolto dalla Cassazione: l’associazione mafiosa oggetto del processo Pesci ha cominciato a operare soltanto nel 2011. Due cose distinte. —

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