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«I processi che durano troppo sono ingiusti per tutte le parti»

Am.P.
«I processi che durano troppo sono ingiusti per tutte le parti»

L’avvocato Scarpati tutelava le tre piccole vittime «I miei clienti non hanno ricevuto alcun risarcimento» 

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REGGIO EMILIA. «I processi che durano così tanto sono ingiusti per tutti, sia per le vittime sia per il colpevole: soprattutto nei reati di violenza sessuale, quando la sentenza arriva undici anni dopo i fatti, la giustizia rischia in ogni caso di non essere giusta. Ciascuna parte in causa ha il diritto di mettere la parola fine su un pezzo della propria vita».

Così l’avvocato Marco Scarpati, legale delle parti civili (tre vittime, all’epoca bambine), ha commentato il sospirato ultimo atto della vicenda La Monica. Una vicenda che, dal punto di vista legale, per le vittime è archiviata da tempo.

Nel giugno 2018, ai tempi del terzo passaggio in Corte d’Appello, Marco Scarpati aveva lanciato un appello a Pino La Monica affinché l’imputato facesse un’offerta economica, considerata l’insostenibilità economica del lunghissimo processo per le parti civili e le scarsissime possibilità di vedersi corrisposti i 60mila euro (diviso tre) assegnate come provvisionali. Da allora nulla in realtà è accaduto e le parti civili hanno rinunciato a ogni speranza di risarcimento, uscendo di fatto dal processo. Difatti giovedì l’avvocato Scarpati non era presente a Roma, così come non ha presenziato alle ultime tre udienze.

«La Monica non ha fatto nessuna offerta e i miei clienti mi hanno detto di lasciare perdere: è finita. Io devo rispettare la volontà dei miei clienti. Indipendentemente da come andrà a finire, quell’uomo non ha una lira e non ha intenzione di versare alcunché: quando ho prospettato l’ipotesi di una causa civile, i miei clienti l’hanno subito scartata. L’accaduto però è rimasto agli atti: in Appello ho depositato dei documenti che comprovano come le parti civili non abbiano mai ricevuto nulla».

Delle tre bambine insidiate dall’educatore, l’avvocato Marco Scarpati ha tenuto i contatti con una sola: la più piccola, che all’epoca aveva 7 anni.

«È molto cambiata: è diventata una donna, ha concluso un percorso con lo psicologo e adesso, ormai, è all’università. Comprensibilmente è desiderosa di lasciarsi alle spalle l’accaduto, anche se quando vedrà i titoli di giornale sarà comunque una ferita che si riapre. Sua madre mi ha telefonato di recente, quando ho mandato l’avviso dell’udienza, dicendo che a lei dispiaceva molto ma non aveva disponibilità economica per proseguire. Ha espresso in ogni caso l’augurio che sia fatta giustizia».

Alle famiglie che hanno rinunciato alla prospettiva di un riconoscimento del danno «resta la consolazione di una sentenza che, speriamo, diventi definitiva», ha concluso Scarpati.

Com’è possibile un processo di una durata “monstre” del genere, con un continuo andirivieni in Appello?

«Può succedere – spiega Scarpati –. Il problema è tutto legato alla formulazione della pena: così ogni volta la difesa ha contestato il conteggio e il bilanciamento del calcolo tra attenuanti e aggravanti. Tuttavia il processo si è “congelato”, nel senso che da quel momento in poi il procedimento non può più prescriversi, secondo la teoria della Cassazione».

Intanto però la tecnica dilatoria ha funzionato, visto che a ogni passaggio sono stati ottenuti “sconti” di pena.

«Certo l’imputato andrà in prigione dopo, ma non credo che per la difesa sia un affare – conclude Scarpati – anche perché andare in carcere un decennio dopo i fatti trova sempre e comunque una persona cambiata». —

Am.P.

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