Molta ovatta e poco cuor di leone
L'editoriale della domenica del direttore della Gazzetta di Reggio, Stefano Scansani
REGGIO EMILIA. I candidati sindaco di Reggio Emilia che con taccuino e matita vanno per botteghe e quartieri, fanno un po’ pena. Con permesso, buon giorno, disturbo? Vorrei fare il sindaco per il tal partito, posso porle qualche domanda?... Stanno nell’angolino per paura di disturbare come i vecchi rappresentanti di commercio. Fanno i popolari, cercano ispirazioni, sono a caccia di problemi di strada e da banco, raccolgono lamentazioni. Adesso?
Ben prima di candidarsi avrebbero dovuto per forza conoscere lo stato della città, le attese dei cittadini e – al riguardo – detenere ed esporre un loro progetto. Perché gli uomini e le donne che pretendono di fare il sindaco non possono essere in fase formativa a 49 giorni dalle elezioni, e non possono essere mediocri. E lo sanno.
In questa fase storica il progetto politico è totalmente piegato all’ottenimento del consenso.
Cioè: il candidato prova a vincere facile escludendo temi difficili, evitando proposte audaci, mimetizzandosi, camuffandosi, rimpicciolendosi negli umori e negli istinti correnti. Vale a livello nazionale, vale sul piano locale. Così il ruolo e l’azione politica vengono ridotti ad atti di acconsentimento, ammiccamento.
Sono del parere, invece, che un candidato sindaco debba elaborare ed esibire un programma suo e definito. Audace, scrivevo poco prima, per affermare che il pretendente primo cittadino dev’essere temerario, aspirare alto, essere così provocatorio e innovativo da non temere di essere rispedito a casa dopo cinque anni di governo.
Nell’operatività elettorale e nelle proposte amministrative reggiane c’è molta ovatta, poco cuor di leone. Perché, tanto per intenderci, basta la minaccia della protesta dei commercianti intorno ai pilomat.
Basta la contestazione dei comitati dei quartieri sui bidoni della spazzatura o l’allerta-sicurezza, per addomesticare il macro orizzonte politico al micro gioco dei quattro cantoni. Questa è una campagna elettorale ultrapiatta, insipida e, lasciatemelo scrivere, esangue. Non per il timore di una sconfitta immediata o al ballottaggio calendarizzato per il 9 giugno, ma in ossequio a una mentalità crescente che pensa al piccolo, al personale, alle cose minute, alle baruffe già viste e sentite cinque anni fa.
E, mi pare, ci sia nessuno che abbia voglia e strumenti per far esondare programmi e proposte, linguaggi e argomenti fuori dal solito. Il Pd con la sua area liquida, frastornato sta uscendo dalla stagione della rendita. Con lentezza s’è convinto che stavolta rischia, e deve davvero entrare in combattimento: per la prima volta ha a che fare con avversari effettivi.
Da ciò che si legge e si vede la compagine di Vecchi ha deciso di investire sulle cose fatte, l’esperienza, la qualificazione della città con un inno alla continuità necessaria. Non per nulla la campagna di Vecchi è soft e solfeggia la data del 2030.
I Cinque stelle qui hanno un animus progressista, da sinistra sociale e anche storica. I grillini reggiani non conoscono compenetrazioni di destra e ultradestra e neanche hanno legamenti con i leghisti (per via contrattuale romana). Puntano dunque sulla qualità della vita, lo spalancamento delle istituzioni, l’ambiente, la qualità dell’aria. Ma mancano dalla piazza, non fanno movimento, non provocano clamore.
La Lega con i suoi dintorni punta tutto o quasi sulla microcriminalità da sgominare, quella evidente e cronachistica, promettendo la liberazione della città. E insieme, un ritorno alla Reggio del c’era una volta, dolcevita ed edilizia compresa. Prima i reggiani! È da mettere in conto che un comizio locale di Salvini rappresenterà una svolta oceanica (tenendo però presente che Salvini non amministrerà Reggio).
Qualche candidato denuncia che il suo programma sarebbe stato scopiazzato da qualche avversario. Altri ancora lamentano che i programmi elettorali, gli slogan, gli argomenti s’assomigliano tutti. Probabilmente perché le promesse mirano appunto a questioni legate al giorno per giorno, al fatto quotidiano ricorrente, rituale. Cosicché per assonanza la protesta che pretende “meno pilomat per tutti” – del quale nessuno sembra più incaponirsi – somiglia allo slogan “cchiú pilu pe’ tutti”. La citazione è da Antonio Albanese che interpreta Cetto La Qualunque.
Dai, voliamo alto.
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