Coop Alleanza, urto anche sui conti del 2018 Turrini: «Forte perdita ma in chiave rilancio»
BOLOGNA «Nel bilancio del 2018 la perdita sarà largamente peggiore di quella dell’anno precedente. Questo perché abbiamo blindato il prestito sociale, accantonato e scaricato da tutte le zavorre in favore del 2019, che è l’anno in cui torneremo a generare cassa».
La svolta in Coop Alleanza è anche concettuale. Baste sentire il linguaggio schietto. Il presidente Adriano Turrini gioca da tempo a carte scoperte: ha rivoluzionato la catena di comando, messo la più grande coop di consumo d’Europa in mano a un manager - Paolo Alemagna - che sta rilanciando i supermercati, e al contempo vuole portare a termine l’operazione verità sui bilanci. Lo spiega parlandoci dal settimo piano del quartier generale bolognese di Coop Alleanza 3.0, che il 29 aprile prossimo approverà in cda il bilancio 2018, il peggiore della storia della mega coop nata tre anni fa dalla fusione di Reggio, Modena e Ferrara, che allargherà la perdita che nel 2017 aveva già raggiunto il picco di 37,5 milioni di euro.
Presidente Turrini, a breve ci saranno le assemblee dei soci: cosa andrete a proporre?
«Prima di tutto il voto sul bilancio. E anticipo che il risultato sarà negativo ma nell’ottica del piano di rilancio. Abbiamo accantonato quanto più riuscivamo l’anno passato per investire in questo. Partite come gli incentivi all’esodo, gli avviamenti per aver salvato Coopca e Coop Operaie al nord e via dicendo, li abbiamo caricati tutti sul 2018 invece che spalmarli. Questo bilancio è figlio di questo piano, privo di sostegni dalla finanza e centrato sulle risorse da liberare dal 2019 per riavere un Ebitda positivo».
Ma se il boccone è così grosso perché tutta questa fretta nel digerirlo?
«Perché possiamo farlo e perché è una svolta vera. Noi di soci prestatori poi ne abbiamo molti: devono sapere che abbiamo messo via tutti i soldi necessari e i loro soldi sono liquidabili senza alcun pericolo. La liquidità dell’azienda è dedicata alla salvaguardia del prestito, che non ha le classiche garanzie ma il socio deve essere sicuro di poter lasciare o liquidare le somme quando vuole. Certo il consiglio che darei anche a un amico resta quello di lasciare da noi i soldi».
Tra pulizia dei conti e ricollocazioni di personale il piano strategico sembra epocale. Come mai questo cambio di passo?
«Siamo ripartiti dalle cose che probabilmente avremmo dovuto fare subito, che abbiamo rinviato per la necessità di produrre l’unificazione delle tre coop in tempi rapidi. Nei primi due anni abbiamo tenuto le cose legate col fil di ferro, pensando ai restyling dei negozi e all’offerta commerciale, solo dopo alle economie di scala. Il socio invece chiedeva alla cooperativa più semplicità nell’atto dell’acquisto. Per questo stiamo rivedendo i negozi e l’assortimento, puntando sui nostri prodotti a marchio Coop, che continuano a coniugare prezzo e qualità mantenendo le eccellenze e i nostri valori. Nei primi mesi del 2019 abbiamo già avuto un incremento dei volumi del 2%».
La sforbiciata negli uffici è impegnativa, quante sono le ricollocazioni?
«Sono effetto dell’aggregazione e siamo già scesi da 700 a 400 circa. Possiamo dire però che abbiamo sottovalutato le nostre complessità interne. Intendo la miriade di società, le formule dei negozi che vanno da 36 metri ai 12mila metri... Bisogna razionalizzare. Gli ipermercati sono in declino, la presenza dei discount è un fenomeno di concorrenza significativo così come l’e-commerce. Non abbiamo letto correttamente la nuova realtà. Sono il primo a dire che abbiamo commesso degli errori ma abbiamo cercato di correggerli in fretta per ripartire di slancio. Le inefficienze ci sono, certo. Ma c’è chi considera inefficiente il fatto che abbiamo oltre il 90% dei dipendenti con contratti a tempo indeterminato, perché abbiamo meno flessibilità e costi maggiori. Io non voglio recuperare flessibilità sulle spalle dei lavoratori. L’efficienza la recuperiamo se mettiamo le sedi davvero al servizio dei punti vendita. Stiamo semplificando i processi. I risultati ci sono».
Metterete mano anche ai supermercati di Reggio?
«A Reggio stanno tenendo. Baragalla sta andando bene e cresce. Il Meridiana è in declino e dobbiamo rivedere diverse cose ma è un punto vendita importante. L’anno scorso abbiamo ridotto drasticamente la Coop Canalina e dopo sei mesi abbiamo avuto buoni ritorni. A Reggio Est la situazione non è semplice ma abbiamo investito e continuiamo a crederci. Altrove stiamo riducendo la superficie di alcuni iper, stiamo testando la partnership con altri operatori dentro al supermercato che posizionano vetrine loro, come Mondo Convenienza. All’Ariosto di Reggio stiamo testando l’arrivo nel nostro negozio di una catena portoghese che farà collezioni dedicate ai nostri clienti».
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Non si rischia che il supermercato Coop diventi una galleria nella galleria?
«No, la Coop manterrà la sua fisionomia. Entrano dei marchi non-food mentre noi ci concentriamo sull’offerta del cibo, facendo quello che sappiamo fare meglio».
Quindi addio agli iper?
«Grandi superfici non ne facciamo più. In Emilia Romagna non faremo riduzione entro 2019 ma entro l’arco del piano che va al 2022. Reggio Emilia non ha grandi metrature a differenza di Modena, Bologna o il sud Italia. Il futuro della cooperativa arriverà prevalentemente dai supermercati medi e dai punti vendita tra i 200 e i 400 metri quadri nei centri storici e con il banco servito della gastronomia. Stiamo cercando anche su Reggio centro».
Anche la governance è stata snellita. È rimasto lei al comando. Non c’è il rischio che territori come Reggio pesino meno?
«Avevamo tre amministratori delegati, tre vice presidenti e così via. Il tre andava per la maggiore. Poi abbiamo semplificato: da tre siamo passati a zero e abbiamo ingaggiato il primo direttore generale. Serviva un occhio esterno perché cambiare le cose quando le fai tu è più difficile. E uccidere i propri figli è impossibile. Servivano critiche e osservazioni dall’esterno. Ogni singolo territorio è rappresentato nel cda, che avrà un ruolo ancora più significativo e sarà affiancato ora da un comitato esecutivo che sgraverà il consiglio dai compiti operativi. Tutto questo è il nuovo inizio». —
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