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Aemilia 1992, il pentito Valerio scoppia a piangere in aula: "Con la 'ndrangheta la mia vita è cambiata drammaticamente»

Aemilia 1992, il pentito Valerio scoppia a piangere in aula: "Con la 'ndrangheta la mia vita è cambiata drammaticamente»

Il racconto del testimone di giustizia sulla faida che 25 anni fa portò alle uccisioni di Vasapollo e di Ruggiero

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REGGIO EMILIA.  Ammette di essere stato uno 'ndranghetista e dichiara «di essere colpevole di tutti i reati a me ascritti», compresi quelli più sanguinosi. Ma, quando racconta della sua infanzia e della faida all'origine dell'omicidio di Giuseppe Ruggiero a Brescello nel 1992, viene sopraffatto dall'emozione e scoppia in lacrime.

Lui è Antonio Valerio, vulcanico collaboratore di giustizia del processo Aemilia, primo testimone chiamato dal pm Beatrice Ronchi nel nuovo procedimento contro la 'ndrangheta Aemilia 1992. All'omicidio di Brescello, Valerio prese parte di persona (è stato condannato in abbreviato ad otto anni) ma, come racconta in aula, il delitto è al centro di una lunga storia che tocca molto da vicino il pentito e la sua famiglia.

Tutto comincia infatti - emerge dalle carte vagliate dagli investigatori - nel 1977, quando a Cutro viene ucciso il padre di Antonio Valerio, Luigi; gli spara in un occhio da Rosario Ruggiero (padre della vittima del '92), di professione falegname e soprannominato "tre dita" per averne perse due in un incidente sul lavoro.

Una miccia innescata a cui segue, sempre in Calabria, un attentato allo zio di Valerio, compiuto nel 1987 dal "falegname" con il figlio Giuseppe. Il tempo non sopisce i rancori e la "vendetta" contro i Ruggiero arriva. Prima, nel 1989, viene ucciso Francesco Ruggiero (fratello della vittima di Brescello) poi a giugno del '92, mentre Antonio Valerio sconta in carcere una condanna per droga, viene freddato anche "tre dita".

A settembre dello stesso anno tocca al fratello del "falegname" e il 22 ottobre dello stesso anno viene infine ucciso ai domiciliari, da un commando killer travestiti da carabinieri, Giuseppe Ruggiero (delitto al centro dell'odierno processo).  

LE RIVELAZIONI. In aula Valerio racconta i motivi per cui suo padre è stato ucciso. Parla del fatto che avesse due donne contemporaneamente («cosa che nella 'ndrangheta non si fa»), di uno sgarbo al boss emergente Antonio Dragone per cui non testimoniò in favore, di gelosie per il posto di lavoro (il padre di Valerio trasportava persone su un pulmino dalla stazione e un membro della famiglia Ruggiero voleva rubargli il posto) e infine di uno schiaffo «che da noi significa voler sottomettere» che il padre di Valerio sferrò al falegname.

«Io e la mia famiglia eravamo terrorizzati da quell'uomo -  dice Antonio Valerio - e io, rimasto orfano a 10 anni, sono rimasto a maturare la mia rabbia, il mio odio e il mio rancore». Poi, aggiunge, «sono venuto a Reggio
Emilia. Ma con la 'ndrangheta la mia vita è cambiata drammaticamente».

LE INDAGINI. L'attività della polizia viene illustrata questa mattina in aula da Guglielmo Battisti, capo della squadra mobile reggiana, che innanzitutto suddivide le indagini in tre archi temporali. Il primo è quello dei giorni immediatamente successivi alle due uccisioni. Una stagione che si chiude col processo a Raffaele Dragone (nipote di Antonio Dragone allora capo indiscusso della «locale» di Cutro alla fine ucciso nel 2000), Domenico Lucente, Antonio Macrì e Angelo Salvatore Cortese.

Il verdetto è di condanna all'ergastolo per Dragone e Lucente (che si suicida in carcere) e assoluzione per Cortese e Macrì (che scompare vittima della «lupara bianca»). Le indagini si riaprono nel 2008 grazie ai nuovi elementi portati da Cortese, che nel frattempo è diventato un collaboratore di giustizia, che Guglielmi ritiene una «figura di estremo rilievo essendo stato il braccio destro di Nicolino Grande Aracri».

Tutto viene archiviato perchè, per le dichiarazioni del pentito «pur precise e concordanti», non si trovano elementi esterni di riscontro. Nel 2017 gli investigatori si rimettono al lavoro, "orientati" stavolta dal collaboratore di giustizia Antonio Valerio, arrestato a gennaio 2015 nell'ambito di aemilia.

Valerio aveva un rapporto molto forte con una delle due vittime del 92, Nicola Vasapollo, con cui commerciava in droga negli anni 90. A maggio del 1991 il pentito e Vasapollo furono fermati dalla polizia: Vasapollo fu arrestato e messo ai domiciliari, Valerio scappò e si rese latitante per circa cinque mesi, avvicinandosi in quel periodo a grande aracri   

«Abbiamo tentato di fare una ricostruzione analitica dei fatti recuperando l'enorme patrimonio informativo che era a disposizione della polizia e dell'autorità giudiziaria, che però era disseminato in vari rivoli e procedimenti perchè in quegli anni c'era stata una concatenazione di eventi, anche gravissimi di sangue, che aveva coinvolto varie aree temporali, vari luoghi e varie famiglie», spiega Battisti. Ma «abbiamo lavorato anche sulla ricostruzione dei legami familiari e parentali. perchè in questi omicidi si sono intersecati moventi personali e moventi del gruppo che ha organizzato l'azione criminale».

Una «enorme attività di collage - conclude il capo della Mobile - che ci ha permesso di trovare riscontro pressochè integrale alle dichiarazioni dei due collaboratori Valerio e Cortese, risultate perfettamente coincidenti e complementari (tranne che in un punto non di rilievo nel processo, ndr) e tutte riscontrate dall'attività di ricerca nei faldoni».

LA RICHIESTA DI LIBERA.  Porte aperte del processo Aemilia 1992 anche agli studenti. E' la richiesta - a cui il giudice Dario De Luca darà risposta prossimamente - inoltrata da Libera nell'aula dove si celebra il processo per gli omicidi di 'ndrangheta di 27 anni fa, quando Nicola Vasapollo fu ucciso in città e Giuseppe rRggiero a Brescello. «C'è un grande interesse delle scuole della regione ad assistere ai processi del sistemà aemilia», commenta Daniele Borghi, presidente regionale dell'associazione antimafia, che alle 195 udienze del processo principale scaturito dall'inchiesta Aemilia, ha portato in totale 3000 studenti. Ragazzi delle classi seconde, terze, quarte e quinte superiori, non solo emiliano-romagnole, ma anche da Marche, Veneto, Lombardia e Trento (con richieste anche dalla Toscana). Con l'occasione Borghi commenta anche le motivazioni della sentenza definitiva della cassazione sul rito abbreviato del processo alle cosche che «dimostrano ulteriormente la pericolosità della 'ndrangheta in regione, già sostenuta con forza dalla procura generale nell'impianto accusatorio».

Sin «dall'inizio - sottolinea Borghi - Libera si è costituita parte civile nell'ambito del procedimento, proprio per ribadire quanto la 'ndrangheta leda e soffochi i diritti della società civile e responsabile. Proseguiremo nel nostro lavoro quotidiano fatto di impegno e responsabilità, forti di questo importante risultato».

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