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Perde il bambino ma i medici sono pochi «Giornate da incubo»

Perde il bambino ma i medici sono pochi «Giornate da incubo»

«Perché accentrare i servizi in un ospedale se non ha mezzi e personale per fronteggiare situazioni in modo adeguato?»

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CASTELNOVO MONTI. Altri disagi, pesanti, per le donne della montagna che hanno necessità di interventi ginecologici che a Castelnovo Monti, dopo la chiusura del punto nascite, nell’ottobre del 2017, non si effettuano più. Dopo i parti in ambulanza per raggiungere il reparto di Ostetricia più vicino, dopo i tracciati negati al Sant’Anna e dopo le lotte dei comitati, questa volta è toccato a una gestante – che poi ha perso il suo bambino al quarto mese di gravidanza – affrontare le difficoltà .

il trauma

«Vi scrivo per raccontare le due giornate più brutte della mia vita. Lo sarebbero state lo stesso, ma con un minimo di decenza nell'ospedalizzazione sarebbero state meno traumatiche ». È questo l’inizio della lettera che la donna – che vuole restare anonima, «non perché non voglia metterci la faccia, ma perché non sono pronta a condividere il dolore della mia perdita così apertamente – ha inviato al comitato Cicogne. «Purtroppo i disagi creati dalla chiusura del punto nascite a Castelnovo Monti non colpiscono solo chi affronta una gravidanza, ma anche chi, come me, purtroppo la vede svanire all'improvviso».

Una gravidanza interrotta alla tredicesima settimana. «A una visita di controllo in consultorio non rilevano il battito. Per forza di cose la dottoressa deve chiamare il Santa Maria Nuova di Reggio Emilia per la terapia da eseguire e mi spiega che probabilmente mi faranno anche le analisi per provare a capire il perché sia successo».

il ricovero

L’appuntamento a Reggio è per il giorno dopo alle 7.30. «Volendoci 1 ora e 30 – prosegue – partiamo alle 5 e 30 e arriviamo puntuali. Dopo aver finalmente trovato il reparto. l'infermiera mi chiede i documenti, poi fino alle 9 nessuno mi visita. Mi viene fatta un’ecografia, mi viene detto che dovrò essere operata, mi viene fatto firmare il consenso e vengo mandata in camera con l'obbligo di continuare a restare a digiuno, senza bere (lo ero dalla mezzanotte precedente) e che per i liquidi mi metteranno una flebo». Nessuno si fa vivo con la donna fino alle 13, quando «l’infermiera mi dice che devo spostarmi in ginecologia perché il reparto day hospital è in chiusura. Passano altre 2 ore. Camminiamo in corridoio, incontriamo la dottoressa che ci dice che, visto che clinicamente non sono urgente, mi stanno passando avanti tutti gli altri casi, anche perché in ginecologia ci sono solo due dottori e un solo anestesista che deve seguire anche altre sale operatorie». Alle 17 ancora niente. «Alle 18, meglio tardi che mai, mi mettono una flebo di liquido. E alle 19 (finalmente) arrivano in tutta fretta per portarmi in sala operatoria facendomi preparare in un minuto scarso. Mi sveglio alle 20.50, mi portano in una stanza nel reparto sala parto dove mi controllano ogni mezz'ora, e vengo riportata in stanza verso l’una di notte».

diciotto ore

La donna è rimasta in attesa 18 ore, «dodici delle quali – scrive – passata con la preoccupazione dell'operazione e col profondo dolore di quanto mi era accaduto». «Non mi sento di incolpare la dottoressa, che era in ospedale alle 9 del mattino e che ho intravvisto appena svegliata dall'operazione mentre mi faceva un sorriso e una carezza. Né incolpo le infermiere o le ostetriche, che sono state carine». «Vorrei però chiedere a chi ha deciso la chiusura del reparto a Castelnovo – continua la donna – se per loro questo è il progresso o è sicurezza. Se è un servizio migliore per noi pazienti. Vorrei che qualcuno mi spiegasse perché è giusto accentrare i servizi in un ospedale se poi non c’è personale e mezzi per fronteggiare le situazioni nella maniera adeguata. Io non auguro, a chi ha deciso per la chiusura del reparto al Sant’Anna, di passare quello che abbiamo passato io e il mio compagno. Però spero che si soffermino un attimo a leggere e che capiscano cosa hanno provocato con la loro scelta». —

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