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Buonsenso, buongusto, senso comune

Stefano Scansani
Buonsenso, buongusto, senso comune

L'editoriale della domenica del direttore della Gazzetta di Reggio, Stefano Scansani

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“Troviamo che siano di buon senso soltanto le persone che la pensano come noi”
François De La Rochefoucauld (1613-1680)

REGGIO EMILIA. Lo slogan più recente di Matteo Salvini è “modalità buonsenso”, che modificato per l’uso del sovranismo digitale diventa anche #europadelbuonsenso. La formula è stata utilizzata per sigillare la conferenza internazionale che ancora Salvini ha indetto a Milano l’8 aprile con i suoi colleghi nazionalisti euroscettici di Alternativa per la Germania (AfD), Partito popolare danese (Df) e Partito dei finlandesi (Ps). Sono mancati all’appello del raduno milanese i più importanti eurofobi della destra di Francia, Austria e del Gruppo di Visegrad (Polonia, Slovacchia, Repubblica Ceca e Ungheria). Ma poco importa.

Ciò che è degno d’interesse è l’utilizzo da parte di Salvini del termine “buonsenso”, come se si trattasse di un programma politico, di un obiettivo di governo. Immagino che attraverso la sua equipe di specialisti della persuasione e del consenso – ha inventato un algoritmo noto come “La bestia” – Salvini abbia in mente di normalizzare scelte, riforme e obiettivi leghisti.

Probabilmente quelli della sua equipe hanno analizzato i sondaggi che da qualche tempo danno la Lega ferma al 30 per cento e un mormorio di fondo su certi eccessi o sulle concessioni ai Cinque Stelle. Uno dei segnali del “buonsenso” adottato da Salvini è la dismissione delle divise in cui prima si ingiubbottava con tanto di alamari e mostrine. Non è una mutazione di poco conto se si considera che una buona porzione della demagogia leghista è intimamente legata ai segni e alle evocazioni.

Recentemente Salvini ha ritrovato il “buonsenso” della camicia bianca, dell’abito, della cravatta. Questi formalismi coincidono con la sua nuova predicazione che lo vedono proiettato a guidare un’Internazionale Sovranista.

Siccome non può sussistere un progetto d’unità europea fra nazionalisti/indipendentisti, ecco l’invenzione del “buonsenso” che nel gran secolo delle monarchie assolute il filosofo François De La Rochefoucauld dipinse in modo straordinario: “Troviamo che siano di buon senso soltanto le persone che la pensano come noi”.
Va da sé che il buon senso dei veri danesi è solo il loro, come quello degli autentici finlandesi o quello dei tedeschi originari o dei genuini italiani (quali, chi, dove?).

Il buon senso non fa unità, ma legittima ogni testa per conto suo, perché è come il senso del pudore che non è comune ma va e viene, è mutevole. Ognuno ha il proprio. Il buonsenso è uguale al buongusto: nessuno lo può decidere o se lo può dare.

La modalità buonsenso frulla nella strategia di Salvini già dal novembre 2017. In un suo post su Facebook il cosiddetto Capitano scrisse: “La rivoluzione del buonsenso. Mentre il Pd vuole a tutti i costi regalare cittadinanze a pioggia con lo Ius Soli, per noi le priorità sono: più lavoro, più sicurezza, meno tasse, meno immigrazione!”.
“Modalità buonsenso”, “Questione di buonsenso”, “Lo dice il buonsenso”...

Affidando le linee e le scelte alla “Capacità naturale, istintiva, di giudicare rettamente, soprattutto in vista delle necessità pratiche” (dal Vocabolario Treccani), Salvini vuol dimostrare di rispondere solo alla razionalità del buon padre di famiglia e d’essersi emancipato dalle ideologie. Né a destra, né a sinistra. In sintesi certo “buonsensismo” è in grado di intercettare e convincere anche i moderati.

Ma la storia di Salvini è fatta di besabòghi (curve e controcurve, in dialetto reggiano): quella del “buonsenso” è quindi soltanto una stagione, perché in vista delle europee va raccolto il consenso dell’imprenditoria, dell’establishment, della classe media. Tant’è che il Capitano non urla più l’uscita dall’Euro, l’uscita dall’Europa... Fa il moderato. Poi si vedrà.

Per capire che cos’è per davvero il buonsenso non bisogna ricorrere a politologi e filosofi. Basta tornare ai Promessi Sposi, dove Alessandro Manzoni, milanese quanto Salvini, nel narrare il clima politico attorno alla peste del 1630 scriveva. “Il buon senso c’era; ma se ne stava nascosto, per paura del senso comune”.

Ecco, ci siamo: il senso comune. È il sentimento contrapposto al buonsenso. Il senso comune non conosce il dubbio, è una sensibilità condivisa, ritenuta giusta e buona, che però è ardua da spiegare razionalmente. Questo sì, è il caso della Lega, dell’attuale successo della Lega.

Mentre, pur essendo collettivo, il senso comune è uno soltanto, il “buonsenso” è soggettivo. Basti ricordare quello evocato da Sergio Mattarella il 28 luglio dell’anno scorso: “L’Italia non diventerà, non può diventare preda di quel che con grande efficacia descrive Manzoni nei Promessi Sposi a proposito degli untori della peste: il buonsenso c’era ma stava nascosto per paura del senso comune. La Repubblica vive dell’esercizio della responsabilità di ciascun cittadino”. Non bisogna avere paura del senso comune.

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