«Io e Giorgio parlavamo al tavolo Picchio è arrivato e gli ha sparato»
Il giorno dopo parla il testimone oculare della tragedia: «Ci dispiace per chi è morto e per chi ha fatto tutto questo»
«Tornate tra quindici giorni, forse per allora avremo voglia di parlarne. Adesso è troppo presto». Al “Blue Bar” di Rondinara, 24 ore dopo l’omicidio di Giorgio Campani, ucciso con un colpo di pistola, al tavolo dove appena il giorno prima la vittima era seduta e nell’esatto punto in cui è stata freddata dall’amico di una vita, Giampietro Guidotti, i clienti siedono come ogni giorno. Non fosse che sul tavolo il giornale è aperto sulle pagine che raccontano della tragedia, e che i discorsi, inevitabilmente, finiscono lì. A guardarli, sembrerebbe un giorno come un altro: gli stessi volti, gli stessi riti quotidiani di chi è abituato a ritrovarsi lì anche senza darsi un appuntamento, che però arriva sempre, puntuale.
IL TESTIMONE
«Dovete capire anche noi: ci dispiace per chi non c’è più e anche per chi ha perso la testa e ha fatto tutto questo. Eravamo amici di entrambi...». È racchiuso in queste poche parole di Massimo Nironi, uno degli avventori, il sentimento che prevale tra amici e conoscenti di Giorgio Campani – «Trump, come lo chiamavo io», confida un altro dei presenti – e Picchio, come tutti chiamavano Guidotti da sempre, senza sapere da quanto e perché l’agricoltore di Visignolo avesse appiccicato addosso quel nomignolo.
Ma Massimo Nironi, seduto a quello stesso tavolo, c’era anche il giorno prima. Testimone oculare, suo malgrado, di una tragedia che, pur provandoci, è difficile togliersi dagli occhi.
«Eravamo qui – trova a un certo punto la forza di raccontare –, parlavamo del tempo che aveva fatto domenica, del più e del meno. A un certo punto è arrivato Guidotti, ma non lo abbiamo visto arrivare. Almeno, io non ci ho fatto caso».
Neanche Giorgio Campani se ne è accorto. Nironi ne è convinto.
LO SPARO
«Se lo avesse visto, marcantonio com’era, di sicuro avrebbe reagito; gli avrebbe rovesciato il tavolo contro, se avesse visto la pistola. Invece era distratto, stava parlando con me, e lui gli è arrivato dal fianco. L’ha preso qua – si tocca la testa, sotto la tempia destra –. Io non ho visto niente. Forse solo l’ombra del movimento della mano».
La mano che ha premuto il grilletto e ha sparato, da una distanza di circa un metro o poco più. «Tutto è successo in un secondo. Bum! Poi Giorgio è caduto – va avanti Nironi –. Guidotti non ha detto assolutamente niente. Ha guardato come era messo quello che era per terra, si è fermato un attimo, ha scaricato i proiettili che aveva ancora nell’arma, che sono caduti a terra, e poi è uscito. Dopo anche io, alla vista di tutto quel sangue e di quello che è accaduto, sono andato via».
Al tavolino attorno al quale, il giorno prima, Campani si era seduto con una consuetudine che apparteneva a lui, come appartiene ai suoi conoscenti, nessuno ha voglia di raccontare che cosa tra i due amici a un certo punto si è rotto. Rotto al punto da far decidere a uno di impugnare un’arma.
I DISSIDI
Ma al bar di Rondinara, che tra loro non corresse buon sangue, non è un mistero. E nessuno, pur non volendo approfondire – come se raccontare volesse dire in qualche modo schierarsi – lo nega.
«Roba che va avanti da tempo», però confermano in molti. «Ruggini datate», si limitano a dire. «Ma cosa c’è stato lo sanno loro, chiedetelo a Picchio», dicono ancora e dice lo stesso Nironi. Censurando un po’ tutti quelle chiacchiere da bar che, senza microfoni, probabilmente si spingono ben oltre, cercando ragioni e responsabilità in quello che è accaduto. Ma nessuno vuole parlare di donne, proprietà, né tentare di ipotizzare cos’altro ci potesse essere tra i due di così deteriorato da arrivare a questo punto.
Dicono solo che Campani al bar ci veniva sempre, praticamente tutti i giorni, anche più volte. E che invece Guidotti no, in quel locale sulla strada che porta a Scandiano non ci veniva, non si era mai visto. E se lo conoscono è perché da queste parti tutti conoscono tutti.
«Guidotti? Un bonaccione», dicono senza esitazione. Uno insomma dal quale ti aspetti tutto. Tranne che un giorno impugni una pistola, entri al bar e spari a uno che conosceva da tutta la vita. Senza dire una parola. A sangue freddo. Come un’esecuzione. —
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