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Quel medioevo (e quell'Europa) che cova dentro

Stefano Scansani
Quel medioevo (e quell'Europa) che cova dentro

L’editoriale del direttore della Gazzetta, Stefano Scansani, sull'incendio che ha devastato la cattedrale di Notre Dame

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REGGIO EMILIA. Ogni tanto il fuoco o l’acqua disvelano quel pezzo di medioevo che ancora ci cova dentro. Come un gene, un’appendice, una radice. Il medioevo delle profezie, per intenderci. L’incendio della cattedrale di Notre-Dame fa detonare tutto l’armamentario storico e culturale di cui siamo orfani nel XXI secolo: arte, società, sacro, trascendente ed Europa.

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Il rogo dell’altra sera ha anche alimentato le superstizioni analfabete e le cretinerie da Corte dei Miracoli: è Dio che ha punito il continente scristianizzato; è stato un segnale alla Francia per le sue scorribande in Nord Africa; probabilmente c’è la mano degli islamisti che infatti hanno festeggiato le fiamme ringraziando Allah... Da ciò s’intende come un simbolo di pietra con la sua tragica trasfigurazione può cavar fuori il peggio oggi, dai secoli bui. Ma anche il meglio: Notre-Dame bruciata è lì apposta per suggerirci il suo potere, così com’era stato progettato negli anni Sessanta del XII secolo.

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È una macchina architettonica che, se collegata alle altre chiese di quel tempo, compose l’Europa. Cioè riunì il continente attraverso lo stile gotico che nella sua fase più matura viene infatti   definito   “internazionale”. Un cantiere senza fine, arrivato alle soglie del Novecento (come il Duomo di Milano). Pila di storia, totem di segni.

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Il primo a cedere è stato l’ultimo che fu edificato: la flèche, la freccia, cioè la guglia maggiore pesante 750 tonnellate, fatta di ghisa, che si elevava per 45 metri dal colmo del tetto, progettata dal neogoticista Viollet-le-Duc nel 1860. Per la loro predominanza e infinitezza queste cattedrali erano e sono considerate un miracolo di contatto fra la terra e il cielo. Che Georges Duby spiegò in modo straordinario nel suo testo del 1967, “L’Europa delle cattedrali” facendo coincidere quella civiltà architettonica col mondo cristiano, occidentale, che non era sostenuto soltanto da committenti e architetti, ma da un universo di scalpellini, vetrai, falegnami, fonditori,   pittori, fabbri e le loro generazioni. Per quale scopo?

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Lo raccontò alla sua maniera Le Corbusier nel saggio-diario “Quando le cattedrali erano bianche – Viaggio nel paese dei timidi”. Nel 1936 il padre dell’architettura del Novecento descrisse un confronto antitetico fra la cultura europea e quella americana. Rintracciabile oggi, se volete, nella sensibilità e il sentimento del nostro continente con l’invocazione di Trump per un bombardamento con i Canadair.

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La ricostruzione/riproduzione della cattedrale parigina andrà oltre gli argini della perplessità. Perché il distruggi e restaura, il cava e metti, lo sfregia e recupera, è nella storia di Notre-Dame, nel suo passamano dentro la storia. Dal fondatore vescovo Maurice de Sully alla Rivoluzione, dall’incoronazione di Napoleone fino alla sua declinazione letteraria con “Notre-Dame de Paris” di Victor Hugo, 1831, e ai tempi e alle maniere nostri di nutrire l’immaginario: il cartone animato della Disney nel 1996 e la trasposizione in musical che debuttò due anni dopo.

 

C’è qualcosa di anatomico nelle architetture della cattedrale. Le pareti diventano diaframmi traforati, tesi fra le costole e le nervature, sostenuti dai contrafforti.  Archi rampanti e a sesto acuto, un’epidermide trasparente tra l’esterno e l’interno, un’ansia  verticale, fragile e potentissima. Come l’Europa. —

s.scansani@gazzettadireggio.it

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