Gazzetta di Reggio

Reggio

«Minacce mafiose nella lettera a Vecchi»

Enrico Lorenzo Tidona

Dopo l’assoluzione ribaltone in appello: il costruttore Brescia e l’avvocato Comberiati condannati a sei mesi di pena

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La lettera recapitata nel febbraio del 2016 al Resto del Carlino non era una semplice polemica ma conteneva delle minacce di stampo mafioso nei confronti del sindaco di Reggio Emilia, Luca Vecchi. Così hanno sentenziato ieri i giudici della Corte d’appello di Bologna, che ribaltano l’assoluzione «perché il fatto non sussiste» decisa invece in primo grado dal Gup Alberto Gamberini. In appello sono perciò stati condannati a sei mesi di reclusione in Aemilia bis – filone parallelo del processo principale contro la ’ndrangheta, che portò al rinvio a giudizio di 219 imputati – Pasquale Brescia e il suo ex legale Luigi Antonio Comberiati.

Entrambi hanno ricevuto comunque una riduzione rispetto agli 8 mesi chiesti dalla Procura generale e dalla Dda.

IL RIBALTONE

Con queste condanne la Corte di appello di Bologna ha ribaltato quindi la sentenza di assoluzione di primo grado per Brescia, costruttore calabrese tra quelli di maggior successo a Reggio, gestore del ristorante Antichi Sapori di Gaida, considerato un locale al centro di summit di ’ndrangheta alle porte di Reggio Emilia. Nella lettera Brescia – arrestato nel gennaio del 2015 e poi condannato a 16 anni di carcere in Aemilia per associazione mafiosa – accusava il sindaco di non aver difeso la comunità cutrese presente a Reggio. In primo grado Brescia e l’allora suo avvocato Comberiati erano stati assolti ma la procura antimafia aveva presentato appello.

Con il ribaltone di ieri, la seconda sezione penale ha quindi giudicato i due imputati responsabili del reato a loro contestato e con l’aggravante del metodo mafioso. A scriverla la lettera fu Brescia stesso, mentre la consegna a mano fu fatta da Comberiati su richiesta del suo assistito. La missiva, inviata dal carcere dove si trovava Brescia perché arrestato nell’inchiesta di ’ndrangheta Aemilia, per la Dda era un chiaro messaggio intimidatorio.

Diversi i testi sentiti in appello – tra i quali lo stesso Comberiati – e le carte acquisite.

Sempre nelle more di Aemilia bis, Brescia era stato condannato a cinque mesi e dieci giorniper un’altra imputazione minore, condanna confermata ieri pomeriggio dai giudici della Corte d’Appello di Bologna.

IL RUOLO DEL PENTITO

In attesa delle motivazioni, un ruolo determinante nell’appello lo avrebbero giocato i pentiti di Aemilia. Nel secondo grado a Bologna sono state acquisite le dichiarazioni rese da Salvatore Muto, che a Reggio parlava ampiamente della vicenda della lettera a Vecchi e della strategia di pressione che la consorteria voleva imprimere dopo gli arresti e con l’avvio dei vari processi. La Dda aveva impugnato infatti le due assoluzioni puntando proprio sulle successive dichiarazioni rese in aula dai collaboratori di giustizia, come Muto, secondo il quale la lettera destinata a Vecchi fu scritta sotto la regia di Gianluigi Sarcone – anch’egli condannato a 16 anni di carcere – altro imputato centrale del processo. Oltre a queste è stata acquisita la nota di riscontro dei carabinieri di Piacenza.

IN CASSAZIONE

La Corte ha riconosciuto solo a Comberiati la sospensione condizionale della pena e la non menzione della condanna nel certificato del casellario giudiziale. Il suo legale, Gianluca Malavasi, ha già annunciato ricorso in Cassazione: «Sono certo della sua innocenza». —



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