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La giravolta di Salvini: via i prefetti. Contrordine: su i prefetti

Stefano Scansani
La giravolta di Salvini: via i prefetti. Contrordine: su i prefetti

L'editoriale del direttore della Gazzetta, Stefano Scansani, sull'ipotesi di istituire le super-Prefetture

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REGGIO EMILIA. Più anti-prefettizio di così si muore: “È quindi chiaro che il prefetto si pone in netta contrapposizione con le esigenze di un vero decentramento dei poteri in favore delle autonomie locali e di ogni vera riforma federale del Paese”. La frase l’ho presa di peso da un documento dell’ufficio politico federale della Lega, la base di una proposta di legge, che Matteo Salvini rilanciava per raggiungere l’obiettivo. L’eliminazione delle prefetture.

Il documento non è dell’evo di Umberto Bossi, ma del 15 luglio di sei anni fa. E Salvini l’1 agosto 2017 ha promesso: “Quando saremo al governo faremo quel che non abbiamo fatto anni fa quando già eravamo al governo. Cancelleremo la figura più inutile della democrazia italiana che è il prefetto”.

E – attenti bene – aggiunse: “I sindaci avranno il pieno controllo del loro territorio”.

È quello stesso Salvini che oggi, asceso al governo, diventato vicepremier pigliatutto e ministro degli Interni, scaravolta e contraddice la sua predicazione. Vuole i superprefetti, deprime il ruolo dei sindaci al fine di aver ragione dei balordi e della microcriminalità nei quadranti più sensibili delle città italiane.

Il Capitano è in una fase conducator (questa parola rumena trova radice nel latino dux, condottiero). Non potendo impartire direttive ai sindaci per motivi politici e innanzitutto costituzionali, Salvini li aggira. E intende affidare ai prefetti degli iper poteri nell’ambito della sicurezza come la definizione delle zone rosse, essendo essi i rappresentanti del governo, alle dirette dipendenze del suo ministero.

Nel documento leghista di sei anni fa, rilanciato da Salvini nel 2017, sta scritto chiaro e tondo: “La figura del prefetto è contraria ad una organizzazione dello Stato su basi federaliste”.
E ancora in quel documento leghista si leggeva: “Il prefetto infatti, essendo l’emanazione periferica dello Stato sul territorio, è sinonimo di centralismo. Ecco perché mantenere la figura del prefetto significa mantenere un controllo finale dello Stato centrale sulle autonomie locali che, invece, hanno il diritto di autogovernarsi all’interno di un sistema che si voglia configurare come federale”.

La virata di Salvini ha un solo significato aritmetico. La Lega non è più federalista, se ne frega (uso una terminologia cara al Capitano) delle autonomie, e punta al centralismo. Adesso si alimenta di centralismo.
Sono ricorso all’aggettivo aritmetico, perché la virata appare un calcolo che, ora come ora, frutta assai in termini di consenso sondaggistico. Le elezioni europee sono dietro l’angolo e il Paese lo vuole: ordine e disciplina.

Questo sistema “suasivo” è confermato dalle più recenti intimazioni di Salvini, che non ci pensa due volte a invadere campi, a mettere cappello su giurisdizioni altrui. Con forte irritazione del ministero della Difesa e dello Stato Maggiore, dunque del Quirinale.

L’ordine alle Forze Armate ovvero alla Marina Militare di tener d’occhio il Canale di Sicilia e bloccare la nave ong “Mare Jonio” è parte della fiction muscolare del Capitano: indossare divise (adesso un po’ meno) e disporre della Guardia Costiera che invece dipende dal ministero delle Infrastrutture... Ci prova.

Ma torno ai superprefetti, e all’aggiramento dei sindaci. Si tratta di una determinazione gravissima perché è mirata a mortificare e depotenziare i rappresentanti delle autonomie locali. Quelle autonomie che non sono soltanto la linfa originaria della Lega, ma della Repubblica, del suo tessuto. Salvini, in quanto comandante in capo del suo partito, può fare della Lega quello che vuole. Cambiar politica, scivolare in contraddizione con sé stesso, mutare nome...

Ma non entrare a gamba tesa ogni giorno dentro il sistema istituzionale, perché – nonostante il piacere che dà a molti concittadini – ci sono delle regole, degli spazi, dei modi, delle sostanze da rispettare.
Perché la democrazia non è unicamente il chi vince e il chi perde, bensì il rispetto dello Stato.
Ma ci prova. E ha la capacità di ritirarsi dai suoi tentativi senza clamori e imbarazzi. Non perché Salvini è un conducator (che in anglosassone si traduce in leader), ma perché gli è consentito almeno da tre situazioni.

Prima: dal partner di governo che pur di permanere nell’esecutivo accetta, fa rissa, e ingerisce. Seconda: dallo stesso sistema istituzionale che tra pesi e contrappesi manca dei freni. Terza: da un’opinione pubblica inarticolata che riconosce in Salvini non lo statista, ma il Terminator del sistema. Brutta aria. —

s.scansani@gazzettadireggio.it

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