Comer, con Storchi junior conti record. «Acquisizioni per non essere mangiati»
L’ad e presidente, 43 anni, da tre ha preso in mano le redini dell’azienda di famiglia e archiviato nel 2018 il miglior bilancio «La Cina è la più grande frontiera: lì abbiamo triplicato il sito produttivo. Ma dobbiamo acquisire società per difenderci»
REGGIOLO Nel 2018 Comer Industries di Reggiolo ha archiviato il suo miglior bilancio. Nella fabbrica-laboratorio – dove gli operai lavorano tra piante ad alto fusto e banchi a elevata automazione – vengono sfornati sistemi meccatronici per la trasmissione di potenza venduti per il 90% all’estero.
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«La fabbrica ormai è intelligente, sappiamo ogni singola vite quando è stata avvitata e da chi», ci racconta Matteo Storchi, 43 anni, presidente e ad con la valigia sempre in mano, che ha fatto dell’efficienza un dogma. L’effetto – taglio dei costi e recupero delle marginalità – è scritto su quel bilancio da lui firmato dopo che tre anni fa ha preso le redini dell’impresa di famiglia, imprimendo un’ulteriore svolta. Ha aperto il capitale e migliorato i processi. Tra pochi giorni andrà in assemblea presentando ricavi a 379 milioni di euro (+10,8%) e un utile in crescita del 38% a 15,7 milioni, segnando un record interno. Il passaggio alla seconda generazione (maggiore azionista dopo il disimpegno programmato dello zio Fabio e del papà Fabrizio) è stato suggellato poi con lo sbarco in Borsa sul mercato Aim. Snodi chiave per Storchi, sobrietà reggiana e sguardo verso il mondo: «Anche nell’industria o sei preda o sei cacciatore. Noi vogliamo essere cacciatori ma dobbiamo crescere bene e in poco tempo».
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Storchi, visto il balzo possiamo dire che ha lasciato il suo primo segno?
«Possiamo dire di aver azzeccato la ricetta. Il nostro settore è maturo, non si amplierà più di tanto: bisogna quindi aumentare la produttività e spremere l’azienda facendo leva sull’innovazione. Partiamo però da un territorio prolifico. Qui a Reggio la meccanica è di casa».
Il passaggio generazionale è sempre traumatico. Come è andata per voi?
«È stato impegnativo, discusso in famiglia e compiuto con rispetto reciproco. Ma era necessario. Azienda reggiane, come Brevini, hanno giustamente deciso di crescere vendendo ad altri. Noi, seconda generazione, abbiamo deciso di restare in prima persona in Comer. Abbiamo acquistato anche la maggioranza delle azioni, che fa capire il peso effettivo del cambiamento. Anche per questo siamo ricorsi alla quotazione, con la quale abbiamo raccolto 30 milioni di euro, azzerando così il debito sull’acquisto e assicurando soldi per svilupparci».
Non avete paura di poter essere prede?
«Per difenderci dobbiamo crescere. Stiamo valutando delle acquisizioni, per questo abbiamo aperto il capitale. Rispetto alla concorrenza estera siamo abbastanza piccoli ma vogliamo essere noi a mangiare, non il contrario. Nonostante io abbia poco spirito nazionalistico per altre cose, sono convinto che si debba difendere l’italianità delle imprese e la reggianità nel nostro caso. Qui sono nato e cresciuto ed è qui che voglio che la testa di Comer resti anche in futuro».
Avete già aziende nel mirino?
«Abbiamo una rosa di opzioni ma diciamo che devi comprare da qualcuno che vuole vendere».
La crescita è confermata nel 2019?
«Nel primo trimestre siamo cresciuti del 5%, in linea con le previsioni. Ci auguriamo che questo trend possa tenere. Siamo cresciuti in Asia, che è la nostra vera frontiera di sviluppo. Ma ad oggi i primi mercati sono Germania e Stati Uniti».
Si parla spesso del gigante cinese. Come siete posizionati?
«La nostra crescita sarà concentrata proprio tra Cina e India. In Cina ho vissuto io stesso tre anni per stabilire la produzione. Una sorta di leva militare visto l’impegno. Abbiamo una sede 200 chilometri a sud di Shanghai e a novembre abbiamo triplicato il sito produttivo. Ci lavoreranno 250 persone, 100 in più delle attuali».
Con tutta questa tecnologia di cui parla ha ancora senso parlare di fabbrica?
«Fabbrica è il nome appropriato. Noi lo siamo ancora ma dentro è entrata la tecnologia per aiutare gli operatori a lavorare meglio. Del resto investiamo il 4-5% del fatturato in ricerca».
Anche voi fate fatica a trovare operai e tecnici specializzati?
«Lamentarsi non conta nulla. Noi facciamo molto per rendere la nostra impresa appetibile. Abbiamo realizzato una app aziendale con la quale i dipendenti possono chiedere ferie e permessi, e vengono informati su cosa accade in tutte le sedi del mondo. Poi offriamo formazione interna attraverso l’accademia. Anche la quotazione ora ci distingue dagli altri».
Quanti dipendenti avete attualmente a Reggio?
«Tra Reggiolo, Cavriago e Pegognaga siamo 850. A marzo abbiamo raggiunto in totale 1.480 dipendenti nel mondo: 100 più che a dicembre».
Lei è un figlio d’arte. È possibile per un giovane italiano partire da zero e arrivare dove è lei?
«Il contesto generale non offre molto ma resto convinto che la differenza la fa l’individuo. Sono convinto che le aziende storiche potrebbero offrire più opportunità se solo i capitani delegassero di più».
Si parla di Europa, elezioni, Brexit, Iva e crescita. Come giudica il contesto e la politica economica?
«Noi abbiamo la nostra strada e lavoriamo a testa bassa. Non possiamo stare certo ad aspettare che arrivino incentivi o altro».
Non pensa che sia necessario fare sistema tra imprese e con la politica nazionale?
«Il sistema aiuta se è sano, aperto, trasparente, competitivo. Se non lo è diventa un’altra inefficienza».
Ha mai pensato a un ruolo pubblico, in politica piuttosto che in Confindustria?
«No, sono concentrato sulla mia azienda. E poi vivo quasi 150 giorni, per seguire le nostre filiali, fornitori e clienti. Incontrarsi faccia a faccia ha ancora un altissimo valore negli affari». —
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