Bella Ciao, chi fermerà la musica
L'editoriale della domenica del direttore della Gazzetta di Reggio, Stefano Scansani, su "Bella Ciao" (e chi vuole fermarla)
Facili, facili, c’erano canzoni ricorrenti quando s’andava in gita con la scuola elementare o in pellegrinaggio con la parrocchia. Ognuno le conserva nella sua memoria. Nella mia posso pescare almeno Quel mazzolin di fiori, Noi vogliam Dio e Bella ciao.
Un bel mix, vero?
Nel baccano della corriera con i finestrini abbassati e quaranta volti affacciati, il repertorio corale degli anni Sessanta prevedeva questa strana par condicio che il prete e le suore autorizzavano con indulgenza. Non per una concessione libertaria, ma perché quelle canzoni, quei bambini, erano parte precisa della storia. Quella intonata sulla corriera era la colonna sonora popolare del tempo.
Capitava anche che la banda chiamata ad accompagnare la processione del mese di maggio, dopo il repertorio mariano, Dell’aurora tu sorgi più bella e Mira il tuo popolo, finisse al bar per la bicchierata sotto i portici. Amen. E con quello che oggi si chiama happening, la banda tornata terrestre si cimentasse con Bella ciao. Brano che per decenni ha anche emozionato i funerali, sposandosi con un valzer preferito dal caro estinto (da noi il Battagliero) e la Marcia funebre di Chopin.
Non per adesione e osservanza della XII disposizione transitoria e finale della Costituzione Italiana e della legge (la numero 645 del 1952), non per timore di chissà quali conseguenze: allora a nessuno veniva in mente di intonare una sola canzone del Ventennio, nonostante il fascismo fosse stato liquidato un paio di decenni prima, e quindi di calda incombenza, e moltissimi suoi protagonisti e comparse ancora vivi, vivissimi. Faccetta nera, Giovinezza e All’armi non si cantavano, non passava nemmeno dall’anticamera delle corde vocali e del cervello. C’era repulsione.
Quei canti di regime erano cascati nel tritatutto dell’elaborazione della tragedia. Dire e scrivere che Bella ciao è un inno partitico o marxista nella disputa del derby fra comunisti e fascisti del 25 Aprile (Salvini cit.) è un abbaglio della sottocultura.
Si tratta di una canzone di lavoro che nel tempo andò evolvendosi in una canzone di lotta: in origine era nel repertorio delle mondine che trova molte attinenze con motivi della musica ebraica, quindi alle melodie yddish, dunque jazz, infine legati alle testimonianze canore dei neri d’America e del loro stato sociale. Per forza, attraverso l’aspirazione all’emancipazione, per propria energia il canto di lavoro diventa canto di lotta.
Negli anni Cinquanta il gualtierese Vasco Scansani e la mantovana Giovanna Daffini rielaborarono il vecchio testo di risaia con quello partigiano (o viceversa, la questione è ancora irrisolta). Musica e parole sono così penetrate nell’immaginario e sono così evocative e facili da essere diventate internazionali. Un benvenuto sonoro della Libertà, contro qualsiasi oppressore.
La maggior parte delle canzoni del Ventennio – quelle di regime – hanno invece un carattere encomiastico per il dittatore, la dittatura, i fasti e le conquiste dell’impero. Canti di guerra, non di lotta, dunque. Basta traslitterare il testo di Faccetta nera per far riemergere tutto l’armamentario coloniale, imperialista, razzista e sessista di quel tempo.
Giovinezza è invece il calco di un motivo risorgimentale rielaborato per l’ardimento delle belle speranze, e definito “inno trionfale”: “Salve o popolo d’eroi. Salve o patria immortale. Son rinati i figli tuoi. Con la fe’ nell'ideale. Il valor dei tuoi guerrieri, La virtù dei pionieri. La vision dell’Alighieri. Oggi brilla in tutti i cuor...”. All’armi è squadrista fino al midollo. Nel ritornello trabocca tutta la demagogia guerresca: “Sempre inneggiando la Patria nostra che tutti uniti difenderemo contro avversari e traditori, che ad uno ad uno sterminerem”. Ciarpame passato, linguaggio morto, residuato bellico.
Il componimento e la prosa dimostrano che quella musica è finita. Sfatta. Va solo esaminata a livello storico e documentario. È perciò irrazionale collocare sullo stesso piano il canzoniere della libertà e quello della tirannia: basta rileggerne i testi.
E se per uno scrupolo riferito alla sicurezza e all’ordine pubblico si decide o suggerisce che è meglio non suonare/cantare Bella ciao alla cerimonia del 25 Aprile (è successo nella vicina Mantova giovedì scorso), significa che serpeggia uno strano zelo. Quello di non esacerbare chi viola la XII disposizione transitoria e finale della Costituzione Italiana e la legge (la numero 645 del 1952). Fermare Bella ciao per non provocare i fascisti. Per esempio coloro che a Milano, vicino a piazzale Loreto, mercoledì hanno esposto lo striscione con la scritta “Onore a Benito Mussolini”. Fermare la musica o costoro?
Una volta tanto ci vuole, chiudo citando il pop dei Pooh: “Chi fermerà la musica. L’aria diventa elettrica. E un uomo non si addomestica. Le corde mi suonano forte. La molla è carica. Chi fermerà la musica”.
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