La crisi non è finita e i posti di lavoro sono caratterizzati dalla precarietà
Su 106.499 contratti, 11.321 sono a tempo indeterminato Queste le cifre rese note per il 2018 dai centri per l’impiego
L'imminente festa del lavoro non si risolverà soltanto, mercoledì prossimo, nella partecipazione alla manifestazione nazionale, in programma al mattino nella vicina Bologna, e nei consueti cortei, comizi e concerti pomeridiani. Sarà anche un’occasione, per i sindacati, per fare il punto sull’andamento dell'occupazione, che mostra segnali contradditori. La febbre dell’economia in crisi si sta abbassando, secondo le misurazioni di quel sensibile termometro che è la cassa integrazione guadagni. La Cgil condivide i dati incoraggianti forniti dalla Camera di Commercio, che rileva un calo dell’80% di ore di cassa integrazione nel primo trimestre di quest'anno, ma li inquadra nell’arco dell’ultimo decennio e, confrontandoli con quelli precrisi del 2007, ne ricava una diagnosi assai meno rassicurante. La malattia, a suo avviso, perdura ed è addirittura peggiorata se si considera la qualità dei posti di lavoro, ancora caratterizzati da una desolante precarietà.
Il sindacato raccoglie due volte all'anno le cifre rese note dai centri per l’impiego. Nel 2018 sono stati effettuati nella nostra provincia 106.499 avviamenti al lavoro, di cui solo 11.321 a tempo indeterminato. «Nell'89,4% dei casi – sottolinea Khedidja Sayah, che se ne occupa per conto della Camera del Lavoro – si tratta di avviamenti oggettivamente precari. Sono contratti a tempo determinato, interinali di somministrazione di lavoro, intermittenti (a chiamata), di tirocinio, lavoro domestico, co.co.pro (a progetto) e co.co.co (collaborazione coordinata continuativa). Il loro numero supera di gran lunga quello dei lavoratori coinvolti, che sono 66.775, comprendendo anche quelli a tempo indeterminato. Ognuno di loro, infatti, ha stipulato mediamente 1,60 contratti nel corso dell'anno. Nel 2007, prima della crisi, si contavano 69.969 persone avviate al lavoro con 1,46 contratti a testa».
Conclusioni analoghe si possono trarre considerando il saldo fra gli avviamenti al lavoro e le cessazioni, che nel 2018 risulta positivo per 1614 unità, mentre nel 2007 si contavano ben 9.965 avviamenti in più rispetto alle cessazioni. «C’è chi dice – commenta Khedida Sayah – che la crisi è finita. I dati che io elaboro dimostrano il contrario. Nonostante la piccola ripresa siamo ancora molto al di sotto del 2007. Dal 2008 sono 445 le aziende che hanno effettuato licenziamenti collettivi espellendo 8.956 lavoratori. Si sono persi tanti posti di lavoro e quelli rimasti sono perlopiù precari. Un altro segnale di criticità è il part-time, che riguarda più del 30% degli avviamenti. Spesso è scelto volontariamente come male minore, poichè l'azienda ha esaurito gli ammortizzatori sociali. Così, però, i lavoratori sono sempre più poveri. È una situazione che non può reggere se non si verifica un rilancio dell'economia reale e non si introducono strumenti per difendere i posti di lavoro».
Peraltro è vero che abbiamo attraversato anni assai più difficili di quello appena trascorso, sotto il profilo occupazionale. Gli avviamenti al lavoro erano crollati a 78.965 nel 2009. Poi hanno avuto un andamento altalenante e ancora nel 2016 erano 87.126. Nel corso del decennio il bilancio è peggiorato in maniera drammatica rispetto alle cessazioni, che sono arrivate a superare gli avviamenti di 4033 unità nel 2014. Il segno è ritornato positivo nel 2015 e s'è rafforzato negli anni successivi. Anche la precarietà ha toccato livelli più alti. La media annua dei rapporti di lavoro per ogni lavoratore era salita fino all'1,76 del 2014. —
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