«Così gestirò la Cgil reggiana partendo da coop e infortuni»
Intervista a Ivano Bosco, nuovo segretario provinciale della Camera del lavoro «Qui ci sono eccellenze e potenzialità ma sembra sempre che manchi qualcosa»
La madre originaria di Ramiseto e la moglie di Cervarezza. Sono questi i quarti di “reggianità” che può vantare Ivano Bosco, il neo segretario della Camera del lavoro, conosciuto a Genova come “l’uomo del porto”. Genovese di nascita e di formazione, Bosco è stato inviato a Reggio dal segretario della Cgil Maurizio Landini per riportare la normalità in via Roma dopo la spaccatura all’ultimo congresso.
Segretario, che Camera del Lavoro ha trovato?
«Mi sono dedicato molto all’interno, per conoscere la realtà e per trovare il prima possibile una soluzione condivisa che consenta di superare il trauma di ottobre e riprendere immediatamente il lavoro e il ruolo che compete alla Cgil. Ho incontrato il sindaco e il questore, appena ci sarà l’opportunità incontrerò il prefetto, la parte cooperativa e Confindustria. Non sono venuto per svernare ma con grande considerazione di Reggio Emilia e della Cgil reggiana, che è sempre stata un esempio».
E fuori dal portone di via Roma?
«Ho trovato una realtà molto diversa da Genova. Questo è un territorio in cui è molto sviluppato l’aspetto della cura e dei servizi alla persona. La differenza c’è e ho toccato con mano la qualità del servizio ospedaliero. La realtà economica è completamente diversa. A Genova le principali attività produttive, i servizi, i centri commerciali sono tutti in centro e sono strutture mastodontiche. A Reggio vedi più la piccola e media azienda, ma ci sono anche realtà di grandi dimensioni sparse sul territorio. Aziende che hanno una dimensione meno sociale. Quando si parlò di chiudere l’Ilva a Genova ci fu la mobilitazione di tutta la città. Qui invece le aziende mi sembrano legate alla loro sopravvivenza e la loro chiusura verrebbe vissuta come un dramma solo da un pezzo di territorio. Poi la Tav ha cambiato la stessa economia, con Reggio che diventa quasi la periferia di Milano».
Sul piano economico e sociale?
«A Reggio ci sono realtà e paesi che sono pezzi di insediamenti produttivi e abitativi che diventano interlocutori importanti. Ho visto che è una città vivace, dove si nota un benessere maggiore rispetto a Genova, ma ho trovato una mentalità – un po’ simile a quella genovese – del mugugno e del piangersi addosso. Reggio ha eccellenze e potenzialità ma sembra sempre che manchi qualcosa».
Fino a qualche anno fa Reggio era la capitale di una cooperazione in grande spolvero …
«Il dramma della cooperazione non è solo reggiano e il sistema coop va diviso in due parti. La vera cooperazione, dove ci sono potenzialità importanti anche se vanno migliorati i rapporti con i lavoratori, e dall’altra le finte coop senza regole su sicurezza, salute, ambiente. Si tratta di forme di sfruttamento di persone che spesso sono ricattabili e che si devono accontentare di paghe da fame. È una delle grandi battaglie per il sindacato di fronte a decentramenti ed esternalizzazioni di lavoro, ma anche l’intervento del Governo demolendo il Codice degli appalti non va bene perché si abbassano garanzie dei lavoratori e qualità del lavoro».
Gli infortuni sul lavoro invece continuano a crescere.
«Si può sbagliare a fare un accordo sindacale e si può rimediare, ma se sbagli una contrattazione sulle misure di sicurezza l’errore è irrimediabile. Un infortunio non è un problema di costi ma di civiltà. In un Paese dove ci sono più di mille morti l’anno sul lavoro, tutti dobbiamo porre più attenzione. Gli infortuni tendevano a crescere anche nei momenti di crisi e lo stesso accade ora con la ripresa. Occorre ripartire dai controlli che sono diminuiti e dalle scelte politiche errate compiute».
Il processo Aemilia ha segnato Reggio, che idea si è fatto?
«Ho dedicato molto del mio tempo a questo problema e chi mi ha preceduto ha fatto una grande cosa nel far riconoscere il sindacato come parte civile nel processo. Non possiamo pensare che tutto sia stato risolto perché questo cancro ha mille modi per ripresentarsi e i reggiani devono fare fronte comune».
Veniamo alla manifestazione del Primo Maggio?
«Parlerò di lavoro e dell’Europa che vogliamo, che non è quella dei sovranisti e nemmeno quella che abbiamo visto fino ad ora. Un’Europa più attenta ai diritti, alle persone, più solidale e che sappia giocare un proprio ruolo nella guerra che oppone Cina, Russia e gli Usa. Poi il lavoro. Perché per avere libertà, dignità e uguaglianza è indispensabile il lavoro, che deve tornare al centro della politica. Ma quando i politici si occupano di questi temi si confrontino con chi di lavoro si occupa quotidianamente. Non come è accaduto in passato con diversi governi, che hanno pensato di fare da soli senza confrontarsi, con il risultato di fare solo danni e confusione». —
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