Gazzetta di Reggio

Reggio

il processo 

Condannato per le cinghiate alla figlia che non studiava

Tiziano Soresina
Condannato per le cinghiate alla figlia che non studiava

Sei mesi di reclusione al padre accusato di abuso dei mezzi di correzione Lei ammette: «Ero ribelle, una notte non tornai a casa, andavo male a scuola»

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Un processo che fa certamente discutere. Fino a che punto può spingersi un padre per far ritrovare la retta via alla figlia minorenne (aveva a quel tempo 16 anni) non solo ribelle alle regole familiari, ma anche con talmente poca voglia di studiare che stava compromettendo il diploma all’istituto alberghiero?

Per l’accusa il 48enne – di nazionalità straniera – è incappato nel 2014 nell’abuso dei mezzi di correzione o disciplina, arrivando anche a prendere a cinghiate la figlia al rientro a casa, dopo che per una notte sembrava scomparsa nel nulla. Lesioni ritenute guaribili in 10 giorni e certificate al pronto soccorso (la ragazza c’era andata accompagnata dal fidanzato) e di quanto accaduto si erano poi occupati i servizi sociali con relativa denuncia e indagine della Procura.

IL DIETROFRONT

Ma di acqua ne è passata sotto i ponti, come si è desunto ieri mattina – in tribunale – quando ha deposto la figlia davanti al giudice Sarah Iusto: «Mio padre aveva saputo dal preside – entra subito nel merito – delle mie tante assenze ingiustificate da scuola e dello scarso rendimento scolastico. È vero, non mi impegnavo. Nessuno sapeva di quella notte trascorsa in discoteca a Modena, temevo che non mi facessero rimanere con il mio fidanzato. Per allontanarmi da casa avevo fatto credere ai miei che avevo lezione di pomeriggio a scuola. Al pronto soccorso c’ero andata perché volevo saperne di più di quelle ecchimosi. Una volta, per punizione, ho dormito sulla poltrona nel corridoio. A quel tempo ero agitata e molto arrabbiata e ho esagerato nei confronti di mio padre. Ora sono diplomata, lavoro in un bar – conclude – e i rapporti con mio padre sono migliorati parecchio».

Un dietrofront della figlia che non è bastato all’accusa: viene chiesta la condanna del genitore ad un anno di reclusione.

L’ARRINGA

Con voce tonante, l’avvocato difensore Claudio Bassi ha dato tutta un’altra lettura della vicenda: «Stiamo parlando di una delle norme più discusse, perché il rapporto con i figli è difficilissimo, non è semplice farli crescere, inoltre il mio assistito (operaio, incensurato, non presente in aula, ndr) ha fatto tanti sacrifici per far studiare le figlie e non ha potuto non reagire vedendo le sue privazioni gettate al vento. Si è comportato in modo diligente, forse fin troppo rigoroso, per i comportamenti censurabili della figlia. Lei non studiava più, poi tutta la notte in discoteca senza che la famiglia sapesse nulla... Un padre di famiglia coscienzioso non poteva non preoccuparsi per la figlia. Le ecchimosi sulle braccia e le gambe? Anche se ha alzato le mani, è stata una punizione equa, è rimasto nel lecito, per riportare la figlia sulla giusta strada. Con l’assoluzione – rimarca il legale – si metterebbe una pietra tombale su questa storia: la figlia si è poi diplomata e ha buoni rapporti con il padre».

Una difesa accorata – alla presenza di alcuni componenti della famiglia – che però non è bastata ad evitare la condanna al padre: sei mesi di reclusione.

«Impugneremo la sentenza – si limita a dire l’avvocato Bassi al termine dell’udienza – perché riteniamo che il padre abbia agito per il bene della figlia». —





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