Non vedevo l'ora che Salvini venisse a Reggio Emilia
L'editoriale del direttore della Gazzetta, Stefano Scansani, sulla tappa reggiana del leader della Lega
REGGIO EMILIA. Nelle riunioni di redazione si forma il giornale. E si compongono le idee di sintesi. Fatti e titoli. Il collega Giuseppe Galli - cronista squadrato che bada alla sostanza – venerdì ha ascoltato in silenzio il racconto dei giornalisti che avevano seguito la visita di Matteo Salvini a Reggio Emilia, e ha rappresentato così l’avvenimento, in cinque parole: «Si è preso il bar».
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Salvini si è preso il popolo. E il popolo della Lega si è preso piazza, mercato, vicolo, palco, slogan e grida, il tono acuto e quello oscuro, acclamazione e applauso costante o a comando, tumulto, affollamento, sbandieramento, umore, convinzione, partecipazione. La partecipasioùn.
Questo è un armamentario che una volta era solennemente del Pci e che oggi dovrebbe appartenere al centrosinistra di lotta (nazionale) e di governo (locale). A Reggio le contestazioni contro Salvini non sono state temerarie, ma piuttosto ingenue, diafane. Incapaci di forare la piazza e tener testa a tecniche e linguaggi persuasivi che suonano come melodie nelle orecchie degli italiani tanti: tornino a casa loro, prima gli italiani, prima i reggiani, in galera, basta clandestini, basta immigrati, basta sbarchi, basta criminali, ripuliamo Reggio...
E non importa se oltre questo rosario di insofferenze istintuali non c’è l’esposizione di una proposta politica programmatica istituzionale.
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Non vedevo l’ora che a Reggio Emilia arrivasse Salvini. Per capire, studiare quel che è andato succedendo al “bar”, cioè alla piazza locale. La quale, lasciando perdere i miti superatissimi della Piccola Russia o della roccaforte comunista valpadana, l’altro ieri ha esposto la grave, gravissima malattia che attraversa il pensiero e la pratica progressisti. La gente è cambiata, la piazza è mutata.
Sino a qualche tempo fa l’onda salvinista sarebbe stata tenuta alla larga dal centro storico, dal sacrosanto Museo del Tricolore (che i leghisti integralisti avevano odiato con tutte le loro forze). E, al di là dell’ordine pubblico che è stato curato con la massima attenzione, l’onda salviniana non sarebbe stata rintuzzata da foglietti esposti alle finestre o da qualcuno (qualcuno proprio) che ha gridato frasi in dialetto esplosivo contro il Capitano-segretario-vice-premier-ministro.
Qualcuno dell’altra parte, quella “rossa”, ha addirittura promosso una controffensiva mediatica alla mattinata leghista. Post contro, commenti roventi, dirette video Facebook alternative. Ma nessuno è in grado di concorrere con la macchina della propaganda e dell’adesione leghista, neanche il digitalissimo M5s che in tecnologia web e comunicazione online dovrebbe essere all’avanguardia.
L’ingrediente vittorioso della Lega sta proprio nell’amalgama tra il “bar”, fra la mutanda e il calzino esposti al mercato, e Twitter. La realtà e l’immaginario collettivo. Il palazzo municipale in piazza Prampolini che è stato muto e rispettoso osservatore dell’onda salviniana, deve far riflettere. Come la frase pronunciata da un portabandiera leghista in piazza Casotti, alla vista di un foglietto appiccicato a una finestra #maiconsalvini: “Quelli lì non sanno che cos’è la democrazia!”.
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Questa inversione di sensi è folkloristica e preoccupante. Come l’imprecazione dell’ambulante in attesa di procurarsi un selfie con Salvini assediato da commercianti africani e asiatici neoleghisti: “Dai Matteo, che tanto poi li mandi a casa tutti quelli lì”.
Non vedevo l’ora che a Reggio Emilia arrivasse Zingaretti. Ieri, al parco Noce Nero, lontano dalla piazza, fra il verde: scampagnata semi-agricola boschereccia che tanto somiglia alla storia di Cincinnato che scelse i campi e poi , ottantenne, fu richiamato al potere. Sì, quello del Pd è un ritiro volontario dai luoghi che hanno motivato e sostenuto la sua storia genetica: la piazza, ora attraversata dal peggior nemico.
Certo il segretario provinciale Andrea Costa con il sindaco Luca Vecchi che punta al secondo mandato avranno pensato bene di fare un ritorno à rebours (a ritroso) per ritrovare la gente perduta, le idee confuse, la base in disordine. Ma non basta, perché è cambiato il ricevitore e il suo modo di percepire cose e segnali.
In conclusione, per tre ore Reggio Emilia è stata pervasa dall’onda salviniana. Ma non è stata presa. Se ne riparlerà dopo il 26 maggio. Qui viene il bello, che nel caso non è il candidato sindaco del centrodestra Roberto Salati che già venerdì il Capitano ha intronizzato: “Fra venti giorni sarà il vostro sindaco”. Il bello è il day after di Salvini a Reggio, cioè oggi, ovvero la città senza Salvini. Perché c’è una grande differenza tra “prendere il bar” e fare amministrazione. Facciamo un selfie? —
s.scansani@gazzettadireggio.it
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