Il sequestratore soffre di claustrofobia e non regge il viaggio da Terni sul blindato
Amato resta in carcere e rinuncia all’udienza. La difesa: «Vuole deporre e va trasferito diversamente, lo farò visitare»
«Soffre di claustrofobia e non ce la fa ad affrontare un viaggio da Terni su un furgone blindato della polizia penitenziaria, si sente soffocare. Ha perciò dovuto rinunciare ad essere presente al processo».
Chi parla, in udienza, al giudice Silvia Guareschi è l’avvocato Franco Beretti e si riferisce all’ennesimo colpo di scena che riguarda il 56enne Francesco Amato, cioè il latitante capace sei mesi fa di tenere tutta Italia con il fiato sospeso per otto lunghe ore visto che aveva messo sotto sequestro – con la minaccia di un coltello – cinque persone all’interno dell’ufficio postale di Pieve Modolena.
Una situazione non facile per l’avvocato Beretti, visto che si è arrivati al processo con giudizio immediato proprio perché il suo assistito ha voluto a tutti i costi un processo pubblico, in cui poter dire la sua con presenti in aula i giornalisti, come – per legge – non aveva potuto fare nell’udienza di convalida dell’arresto. Una rinuncia ad un rito abbreviato con sconto di pena di un terzo che porta oltretutto Amato a rischiare fino a 15 anni di reclusione, ma lui non ha voluto nemmeno sentir parlare di un procedimento a porte chiuse. Ma ora questa scelta processuale precisa risulta vanificata dalla patologia. Il giudice Guareschi, analizzando la documentazione giunta dal carcere di Terni, spiega che relativamente alla claustrofobia lamentata da Amato la certificazione medica è insufficiente, anche se il problema è emerso in altre due occasioni (il 24 ottobre 2015 e il 22 novembre 2018) ma non al punto da determinare un trattamento detentivo particolare. Un “nodo” che comunque l’avvocato Beretti cercherà di sciogliere nei prossimi due mesi, visto che il processo è stato aggiornato all’11 luglio quando è prevista solo la deposizione dell’imputato (acquisiti ieri tutti gli atti d’indagine, comprensivi pure delle testimonianze raccolte dai carabinieri) e la discussione per arrivare in fretta alla sentenza.
Un processo che si propone decisamente snello, nemmeno l’ombra di parti civili: nessuno dei cinque ostaggi di quel terribile giorno si è infatti presentato ieri in aula. In poco meno di mezz’ora la prima udienza è quindi volata via. Ma la prossima volta Amato comparirà in udienza. Al momento il suo difensore non ha certezze: «Soffre di claustrofobia ed esiste questa certificazione medica ma non è sufficiente – dice l’avvocato Beretti mentre esce dall’aula – quindi chiederemo l’autorizzazione affinché il mio assistito venga visitato da un esperto. Devo andare a parlare con lui in carcere a Terni». Quando il 5 novembre scorso Amato fece irruzione nell’ufficio postale era ricercato, in quanto stava eludendo la misura cautelare emessa nel sentenza del maxiprocesso Aemilia in cui in primo grado è stato condannato a 19 anni e 1 mese perché considerato un affiliato alla cosca ’ndranghetista emiliana. —
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