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Unimore per Reggio «Adesso servono un cambio di passo e un’altra agenda»

alberto melloni
Unimore per Reggio «Adesso servono un cambio di passo e un’altra agenda»

Il 29 maggio l’ateneo eleggerà il suo nuovo rettore Un’occasione che non può essere perduta dalla nostra città

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la lettera

alberto melloni

Pochi giorni dopo il primo turno delle elezioni amministrative l’Università eleggerà il nuovo rettore. Si contendono la guida dell’ateneo per gli anni 2019-2025 due soli candidati.

Da un lato Marco Sola, professore di chimica e delegato alla didattica del rettore uscente che propone una revisione dello statuto, una gestione con più prorettori per un controllo più accurato di settori sensibili (come quello del bilancio) e una “autonomia responsabile” dei dipartimenti. Dall’altro Carlo A. Porro, ordinario di fisiologia, direttore di uno dei dipartimenti di eccellenza e ora direttore del centro di neuroscienze e neurotecnologia: Porro presenta come priorità quelle della “qualità e trasparenza” in una logica che vuole dare più peso decisionale agli organi senatoriali e al destino degli studenti, che si giova della qualità della ricerca che incontrano in aula.

Due figure note a tutti, stimate e rispettabili, fra le quali sceglieranno tutti i docenti, le rappresentanze studentesche e pro quota il personale tecnico-amministrativo, in una gara che potrebbe chiudersi al primo turno se un 50 più 1 si palesasse già il 29 maggio oppure al ballottaggio il 5 giugno.

Un passaggio che l’ingorgo elettorale europeo e amministrativi potrebbe far passare in secondo piano e che invece ha un peso enorme: specie ora che la città che sta mutando atteggiamento verso il sistema accademico.

Inferiorità

Com’è normale per una comunità abituata a fare le cose o guadagnarsele, davanti al mondo universitario Reggio ha avuto per un lungo tempo un complesso di inferiorità e di superiorità. La subalternità psicologica derivava da una certa timidezza davanti a studenti e professori che sgattaiolavano la mattina presto verso le città di quella “education valley”, che da Milano a Bologna concentra la più grandi quantità e varietà di sapere del globo (e nella quale Reggio stava al grado zero della classifica con Fidenza e Lodi). Un certo senso di superiorità veniva dalla garbata e non immotivata sufficienza di chi sapeva che le grandi fabbriche di pensiero, di prassi e di cose che facevano della provincia un serbatoio di benessere erano tutte nate fuori e contro un professorato distante estraneo: la pedagogia di Malaguzzi, urbanistica di Piacentini, la poesia di Corrado Costa, la cinematografia di Zavattini, la letteratura di Tondelli, il sapere medico del SMN, la creatività di Maramotti, e via dicendo erano estranei a ogni circuito accademico. Al punto che Graziano Delrio – la cui parabola politica inizia dopo un immeritato stop della carriera – è da noi un sindaco e nessuno lo ha mai chiamato professore.

temuta e voluta

Ciò ha reso lento e contraddittorio l’insediamento della sede universitaria reggiana. Temuta e voluta, ma con l’illusione che il problema fosse fabbricare contenitori e proteggersi dai contenuti, senza entrare davvero nei meccanismi e negli strumenti del potere accademico. Con l’illusione che la università sia migliore se fabbrica gli addetti per il lavoro di oggi e non se accanto a questa funzione ovvia non prepara l’innovazione di domani.

Il risultato è stato quello di una certa distanza che ha avvantaggiato quei settori dell’ateneo modenese che si sono imposti o sono stati imposti come strategici, vitali, promettenti fiumi di denaro e fari di prestigio, che poi spesso non si sono visti né accesi.

Oggi questo atteggiamento sta mutando a Reggio, forse non a caso con la catastrofe della cooperazione e il bagno di umiltà del processo Aemilia.

Il sistema delle imprese, dei servizi, della salute e la stessa amministrazione si rendono infatti conto che il nuovo rettore non dovrà solo garantire compensazioni dei torti subiti dalla sede (i laboratori di ingegneria mai fatti, gli spazi di piazza Scapinelli rifiutati, la strozzatura di agraria, una miopia nelle chiamate che lascia partire i pochi che vincono grandi bandi europei) ma accompagnarne un cambio di passo.

Senza il quale Reggio rischia di aver costruito e investito in una università a rete di sedi e di ritrovarsi invece ad essere una succursale, sovraffollata da iscritti telematici, che pagano alla amministrazione centrale una sovrattassa e che portano sul terreno non l’intelligenza di chi studia ma solo l’ansia di chi sbarca a fare esami. Se questo accadesse – taluni dicono si consolidasse – non sarebbe solo un danno d’immagine o di prestigio per la città: sarebbe un danno all’intero sistema produttivo e sociale e amministrativo. Che se ne è reso conto e ha reagito con la micidiale coralità e il pacato pragmatismo tipico delle “teste quadre”, categoria alla quale è stato ammesso “honoris causa” mons. Camisasca che ha deciso di far diventare l’insostenibile costo per la diocesi del seminario in uno spazio di presenza.

Il cambio di passo non è solo nella generosità della comunità cittadina, che ha il buon diritto di pretendere che una istituzione di natura privatistica gestisca senza finte neutralità questo sforzo. E non è solo rappresentata dalla laurea honoris causa che Fabio Storchi ha meritato per ciò che ha fatto a livello nazionale, nella sua impresa e nella generosità con cui si è messo a disposizione della associazione locale portandovi tutta la sua esperienza di imprenditore, di leader.

dottorati possibili

Il cambio di passo è dentro le cose, ormai. Unindustria s’è spesa ed ha investito per una laurea in digital marketing, il prodromo di una “scuola” di Industria Digitale per tutti i settori della industria 4.0 che non deve servire alle ambizioni di professori inesistenti ai ranking di qualità, ma al futuro del lavoro. Il dottorato industriale con Fondazione Reggio Children segna l’impegno specifico e identitario del Dipartimento di educazione per un settore che è identitario e specifico della città. L’esigenza che l’antica facoltà di agraria, riassorbita a Modena, possa ritornare ad essere – non a risorse invariate, va da sé – un dipartimento autonomo sul food (qualità, monitoraggio, logistica ecc.) è ormai sentita. L’incremento delle aule, dei laboratori e delle lauree magistrali del Dipartimento di ingegneria appare sempre meno procrastinabile. La necessità di valutare se davvero l’estensione al Mantovano della rete di sedi sia questione da deliberare senza sentire l’altra sede è vistosa per l’ateneo della provincia. La possibilità che altri grandi attori della città (il sistema ospedaliero, le banche di rango, l’industria delle rinnovabili, l’industria del suono, l’asse Peri/danza, ecc.) si coinvolgano in azioni e scelte di ricerca avanzate è prevedibile oltre che auspicabile.

Il rettorato che si chiude, infatti, non ha messo a fuoco il tema dello squilibrio fra le sedi: che agli inizi aveva ragioni oggettive e che poi è stato potenziato da insicurezze interne (solo gli indecisi confondono scelte e arbitrio) e da scelte esterne (come quella degli industriali modenesi di convergere su Bologna). Quando a Reggio c’erano un quinto degli studenti, avevamo meno di un quinto dei professori e ancora meno di personale: ma si poteva giustamente parlare di una fase transitoria.

Ma adesso che questo rapporto è mutato con un peso in tasse ben più forte il peso del personale docente e non docente è calato mettendo in groppa ai dipendenti carichi insostenibili e tarpando le ali ad una ricerca che, quando ci si misura in campo aperto, vede riconosciuta la sua eccellenza.

tempo di negoziare

La scelta fra Porro e Sola che faranno i professori, i rappresentanti degli studenti e con un voto pesato al 15% il personale tecnico-amministrativo, sarà tutta loro responsabilità e bisogna essere felici che il loro confronto, molto civile e privo di sfumature ideologiche di qualsiasi tipo, abbia introiettato questa esigenza: quel che però serve è che la città abbia una sua agenda da proporre, discutere e negoziare col nuovo rettore, che entrerà formalmente in carica a novembre, ma che da subito diventerà il punto di confronto di chi ha chiaro che i problemi di una città come la nostra vanno spalmati sul medio periodo. —



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