Gazzetta di Reggio

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«Si facevano affari illeciti con i progetti umanitari»

Tiziano Soresina
«Si facevano affari illeciti con i progetti umanitari»

Valerio tira in ballo un avvocato fiduciario e una senatrice di centrodestra Rivelazioni su illegalità legate a moneta virtuale, biomasse e petrolio nigeriano

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Speculazioni finanziarie collegate a progetti umanitari.

Scavando – in Assise – attraverso il controinterrogatorio, i difensori dei quattro imputati (in aula è presente solo Antonio Lerose, mentre Nicolino Grande Aracri e Angelo Greco sono collegati in videoconferenza dal carcere) fanno emergere l’ennesimo filone illegale in cui il pentito Antonio Valerio (e il clan) avrebbe messo le mani.

«I progetti umanitari nei vari Stati esteri iniziavano per scopi benefici – spiega il collaboratore di giustizia – ma poi i soldi venivano gestiti diversamente e finivano nelle fondazioni che ne fanno sparire le tracce». E chiama in causa tre figure non indifferenti: parla subito di un garante venezuelano che accedeva ai fondi, poi di un avvocato fiduciario («Lavora fra Lugano e Milano») che gestisce una fondazione dove vanno i soldi, infine dell’appoggio su una senatrice «credo di Forza Italia, comunque del centrodestra».

Alla domanda se questi fatti illeciti siano mai stati affrontati in un aula di tribunale, risponde sibillino: «Ancora no». Ma nel mondo della finanza Valerio aggiunge di essersi mosso anche in altri modi. «Ad un certo punto le banche non emettevano più fideiussioni, allora con triangolazioni fra società estere, riuscivo a emettere garanzie bancarie». Di sfuggita cita frodi in materia di «moneta virtuale», mentre sulle biomasse è più esplicito: «Stavamo progettando due macchine per fare una certa quantità di cippato di legno. Tutto pareva lecito, ma la società era solo cartacea e avremmo pagato i macchinari con leasing farlocchi». E spunta persino il petrolio estratto dai pozzi nigeriani: «Ero autorizzato a venderlo in Emilia-Romagna».

Chiuso il paragrafo-affari illegali, il teste viene riportato dalle domande sui fatti di sangue al centro del processo, toccando più volte momenti di tensione fra il pentito e gli avvocati difensori, il che costringe il presidente Dario De Luca ad intervenire, bacchettando Valerio sui toni usati.

Al di là dei battibecchi, il pentito ci tiene a fare una sottolineatura, in quanto l’avvocato Filippo Giunchedi gli chiede conto di un’affermazione fatta in un’udienza precedente, definendosi «uomo di giustizia». Uno squarcio sulla sua nuova vita: «Se nella foga ho detto così, offendo la dignità delle persone che lo sono, i giudici, i magistrati e gli uomini che mi fanno da scorta. Loro lo hanno scelto di stare con la giustizia, a me è successo di diventarlo dopo».

E aggiunge: «Oggi non mi sento più un mafioso, ma un collaboratore di giustizia, quindi un uomo per la giustizia che cerca di portare la verità su alcuni fatti, sperando in un ravvedimento anche da parte degli ’ndranghetisti».

E ammette che quando venne pianificato l’omicidio, a Brescello, di Giuseppe Ruggiero, gli si gelò il sangue proprio la notte del delitto: «Inizialmente non dovevo partecipare all’assassinio – entra nel merito – poi sono venuti a prendermi a casa dov’ero agli arresti domiciliari. Dentro di me c’erano due sentimenti contrastanti: come killer servivo, ma se questa storia fosse tutto un tranello per farmi fuori? E quando arrivammo al monolocale di Modena non mi tranquillizzò certo vedere che c’era Aldo Carvelli (non è fra gli imputati, la sua posizione è stata archiviata, ndr) cioè un altro killer, lo sparatore di Cremona». Paure poi fugate, perché Valerio conclude dicendo che guidò lui la falsa auto dei carabinieri usata per ingannare e uccidere Ruggiero. —



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