«I nostri prodotti bio saranno invendibili»
Paolo Morini e la moglie gestiscono l’azienda “Camurein” «Il nostro terreno è situato proprio in mezzo ai due lotti»
campegine. «Siamo spaventati e arrabbiati. La coltivazione bio è il nostro principale reddito. Le polveri della cava, decisa sopra le nostre teste e distante appena un chilometro, potrebbero compromettere i prodotti. Potremmo anche essere costretti a chiudere». Paolo Morini è titolare, assieme alla moglie Catia Frignani, dell’azienda agricola “Camurein” di via Monsignor Romero 12. Il loro appezzamento di terreno, retrostante l’abitazione, è costituito da 6 ettari (su 10) e si trova proprio in mezzo ai due lotti della cava: la taglia in due. Proprio il diniego dei Morini a vendere ha fatto sì che l’area dell’estrazione, compresa tra via Romero e strada Razza, sia stata ridotta quasi della metà rispetto al piano originario.
specializzati in bio
L’attività, specializzata in frutta e verdura di stagione biologica e biodinamica, non utilizza alcun prodotto chimico, «nemmeno quelli consentiti dal disciplinare bio: è il nostro valore aggiunto – spiega Paolo –. Ai gruppi di acquisto solidale, a qualche ristorante, ma soprattutto ai privati vendiamo l’ortofrutta, ma pure frumenti antichi e vini bio». La coppia è molto preoccupata e teme il danno che potrebbe derivare dalla cava. «Danno d’immagine, ma anche pratico: il vento soffia sempre dalla nostra parte e immagino che l’estrazione solleverà parecchia polvere. Se i prodotti si copriranno di polvere, saranno invendibili». Non solo. «Dopo tanta fatica, il nostro sogno nel cassetto – aggiunge Catia – è di aprire un agriturismo. Con questa novità, siamo stati costretti a fermarci».
«tenuti all’oscuro»
Gli agricoltori hanno appreso del progetto quasi per caso. «La proposta di vendere l’avevano fatta a mio padre, scomparso, anni fa: lui disse di no e realizzò il vigneto, che è stato il punto di partenza per noi – racconta Paolo –. Se non ha venduto lui, non vedo perché dovrei farlo io».
Dopo la delimitazione dei confini nel 2012, la coppia non ne ha saputo più nulla. Fino all’anno scorso, quando «ho incontrato il sindaco Marcello Moretti, che mi ha illustrato questa “grande opportunità” facendo leva sul fatto che, una volta chiusa l’estrazione, il piano di ripristino potrebbe restituirmi un ampio terreno da coltivare. Per carità, li capisco. Ma il sito sarà attivo minimo 5 anni e, per far riprendere la terra scavata, ci vogliono dieci anni. Nel frattempo cosa darò da mangiare ai miei tre figli?».
All’incontro con il sindaco è seguito a ruota la visita di «un addetto di Conglomerati, subito avvisato della nostra indisponibilità». Con la pulce nell’orecchio, Morini ha iniziato a «chiedere informazioni» e a partecipare, l’anno scorso, ad un incontro pubblico sulla cava in sala civica a Calerno. «Lì ho capito che i giochi erano fatti e che non si sarebbe tornati indietro». Fino alla settimana scorsa, quando alcuni tecnici sono comparsi ad eseguire sondaggi. «Il punto è che da quando è partito il piano ad oggi è cambiato tutto: l’edilizia è ferma, l’ambiente in teoria più importante; inoltre le falde d’acqua a -8 metri impediscono di scavare in profondità. Vigileremo sull’area». —
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