La casa dei Sarcone rischia la demolizione
L’amministratore giudiziario dei beni vuole il dissequestro a Cutro: è battaglia legale. Nicolino non si pente, non sarà sentito
Fra le pieghe del maxi sequestro di beni (valutati fior di milioni di euro) effettuato ai danni dei fratelli Sarcone, c’è anche l’abitazione di famiglia a Cutro.
Ma ora per questa casa in Calabria è stato chiesto il dissequestro dall’amministratore giudiziario, perché si tratta di un edificio costoso da mantenere, gravato da abusi edilizi e dallo scarso valore sul mercato immobiliare.
Ora su questo dissequestro si dovranno pronunciare le parti del procedimento di primo grado – ancora in corso – sulla misura di prevenzione patrimoniale antimafia applicata al cospicuo patrimonio dei Sarcone che potrebbe trasformarsi in confisca se andrà in tal senso la decisione della Corte presieduta da Simone Medioli Devoto.
Su questa richiesta, tutto sommato sorprendente, il collegio giudicante riceverà i pareri scritti del pm Beatrice Ronchi e degli avvocati che difendono i quattro fratelli Sarcone. Poi i giudici arriveranno a una decisione.
Un dissequestro che significa ritorno dell’abitazione nella proprietà dei Sarcone? Oppure, vista la situazione, si chiede di demolire la casa? O ancora, con qualche miglioria si vuole andare alla vendita dell’immobile? Vedremo. Anche per quattro società facenti capo ai Sarcone (fra cui la più importante, cioè la Sarcia srl ) è stata presentata istanza di liquidazione (stavolta da parte del pm Ronchi).
Nell’azienda Sarcia srl di Bibbiano, sequestrata nel 2014, sono stati trovati nel 2017 10mila euro nascosti dentro un muro di cartongesso, poi quest’anno due pistole con silenziatore.
Anche in questo caso delle quattro società, la Corte valuterà i pareri scritti delle parti, poi deciderà.
Fra l’altro sul maxi sequestro avrebbe dovuto deporre Nicolino Sarcone, definitivamente condannato nel processo Aemilia a 15 anni di carcere perché considerato un boss della ’ndrangheta con le mani su Reggio Emilia.
Ma anche in questo caso la sorpresa non è mancata. Il pm Ronchi ha fatto sapere che Nicolino Sarcone non è un collaboratore di giustizia: avrebbe riempito tre verbali, poi il dietrofront della Dda di Bologna che non l’ha ritenuto credibile.
Una vicenda che era emersa anche durante il maxiprocesso Aemilia tenutosi per due anni e mezzo nell’aula-bunker.
Una precisazione del pm Ronchi che ha in pratica convinto l’avvocato Carmine Curatolo (difende Carmine Sarcone con il collega Stefano Vezzadini) a rinunciare alla testimonianza.
Secondo quanto ricostruito dagli investigatori, per diversi anni i fratelli Sarcone (Grande Giuseppe, Nicolino, Gianluigi e Carmine) fanno soldi veri ma non sanno di essere intercettati per lungo tempo dalla Dda, che ricostruisce il vero motore di quella ricchezza.
Le indagini della guardia di finanza di Cremona nell’ambito di Aemilia, tracciano un giro di fatture false tra i Sarcone – tramite la Sarcia – e personaggi di spicco legati al clan. —
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