Anche i francesi di Lactalis puntano sulla Nuova Castelli
REGGIO EMILIA. Il mondo imprenditoriale alimentare reggiano sta vivendo un momento di particolare vivacità. Da un lato ci sono per le preoccupazioni dei vignaioli per il Lambrusco le cui vigne sono state danneggiate da un inverno senza pioggia, dall’altro è aperta una inchiesta sulla immissione nei nostri suini di patrimoni genetici di maiali danesi che andrebbero ad incidere sulle caratteristiche dei prosciutti.
Ora si annuncia fermento nel settore del formaggio con grossi interessi a livello internazionale. Si è infatti aperta una sfida fra alcuni colossi della imprenditoria e della finanza interessati all’acquisizione (o quanto meno all’ingresso) nel gruppo Nuova Castelli, principale esportatore italiano di Parmigiano Reggiano e che, come noto, dispone di un importante insediamento anche nella nostra città.
A contendersi il succoso boccone pare ci siano almeno tre soggetti. Innanzi tutto il colosso francese Lactalis (detiene già la Parmalat oltre che Galbani e Vallelata) che punterebbe a compiere un altro passo sul mercato italiano dove già detiene un terzo del settore lattiero-caseario. Non manca poi l’attenzione del gruppo Granarolo che non fa mistero di voler occupare ulteriori caselle in questo importante scacchiere e starebbe quindi considerando i costi da affrontare. Per finire con i contatti annunciati da parte di un fondo di private equity.
Tutto nasce dal fatto che il socio di controllo della Nuova Castelli, il fondo britannico Charterhouse, sta valutando l’ingresso nella compagine di un nuovo partner finanziario con un aumento di capitale di almeno 40-50 milioni di euro. Voci che hanno subito spinto ad aprire dossier anche ai fondi Capvest, Oxy, Capital, QuattroR. Da verificare se si punta ad un semplice quanto sostanzioso rinforzo e se c’è l’intenzione di acquisire – e poi cedere - tutto il gruppo. Charterhouse aveva già fatto avances, nel 2014, mettendo sul piatto 350 milioni quando il fatturato della Nuova Castelli si aggirava sui 290 milioni di euro, per averne l’intero possesso.
Ma perché l’azienda fa così tanto gola? Lo scorso anno la società, che conta almeno venti impianti in Italia e all’estero, ha avuto un giro d’affari di 460 milioni con 27 milioni di Ebitda e 190 milioni di debito, di cui 100 garantiti alle banche con forme di Parmigiano Reggiano. Mille i dipendenti distribuiti in diversi stati. Fra i principali bacini commerciali del gruppo ci sono la Francia, la Gran Bretagna, la Russia e la Germania. Oltre alla nostra Dop si interessa di grana padano, gorggonzola e taleggio, mozzarella di bufala campana, pecorino toscano.
Ora si tratta di vedere quali sono i progetti in campo e quale la consistenza finanziaria richiesta per le operazioni da compiere. Il futuro del Parmigiano Reggiano interessa a tanti. —
Luigi Vinceti
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