Prosciutti Dop con i maiali danesi «Dai macelli nessuna pressione»
Calderone, direttore generale di Assica, ieri a Reggio «Respingiamo le accuse sollevate dagli allevatori»
REGGIO EMILIA. «Una frode è una frode. E indipendentemente da chi la commette va condannata. A noi non risultano ci siano richieste di frodare. È impossibile. Rigettiamo questo tipo di affermazione». Così Davide Calderone, direttore generale di Assica, Associazione Industriali delle Carni e dei Salumi che rappresenta le imprese di produzione dei salumi e di macellazione suina, rispedisce al mittente le accuse sollevate dagli allevatori, intervenendo sull’inchiesta giornalistica di Report andata in onda lunedì, che ha acceso un faro sull’indagine avviata dalle Procure di Torino e Pordenone sulla messa in commercio di migliaia di suinetti destinati ai prodotti Dop attraverso l’uso di genetica non consentita dai disciplinari.
Prosciutti commerciabili, senza controindicazioni igienico-sanitarie, ma che non potrebbero fregiarsi del marchio dop, vetrina del Made in Italy, a causa dell’utilizzo di semi provenienti da esemplari di razze Duroc Danese e Large White Danese. Un’indagine su fatti avvenuti fra il 2014 e il 2017. Dopo il 2017, infatti, il protocollo dei controlli – che prima partiva dai suinetti – è stato modificato, includendo anche verifiche sulla genetica.
La Procura di Torino ha poi spezzettato il fascicolo, inviando gli atti alle Procure territoriali competenti, fra le quali quella reggiana, con Report che ha acceso i riflettori sul Centro Verri Italia Hermitage di Castellazzo (indicata come una società che commercializzava semi di Duroc Danese) e sul reggiano Ugo Franceschini, presidente Istituto Parma Qualità (Ipq), organismo privato autorizzato dal ministero per i controlli e le certificazioni. Durante la trasmissione televisiva, molti allevatori intervistati hanno dirottato parte delle responsabilità della diffusione di suini danesi fuori dal disciplinare sulle richieste avanzate dai macelli: una delle spie del possibile uso di semi danesi è dato infatti dal peso medio vivo delle partite di maiali destinati al macello. Se questo peso supera i 176 chilogrammi al momento della macellazione, la partita non potrebbe rientrare nei circuiti Dop. Dall’inchiesta in tv è emerso che erano i macelli a fare richiesta di queste razze, superando tale soglia, dal momento che il prodotto finale risultava più magro e con più mercato. «È il macello che comanda, è il macello che volevano quel maiale... il guadagno è stato nel prosciuttificio, nel macello, perché lui aveva più guadagno perché aveva un maiale più magro», afferma in video Giuseppe Moriondo, tecnico della fecondazione al centro dell’inchiesta sorpreso a importare seme di maiale danese. Accuse che il direttore di Assica, ieri a Reggio in occasione del convegno “Quale futuro per il prosciutto?” organizzato al Tecnopolo dall’Organizzazione Interprofessionale Gran Suino italiano, respinge categoricamente.
«Sicuramente il macello potrà chiedere suini con determinate caratteristiche, questo sì – replica Calderone – ma respingiamo questa affermazione. Il suino pesante è un suino interessante per il macello, ma facendo Dop deve essere conforme al disciplinare. Controlli? Assica non fa controlli, non è un’associazione con queste caratteristiche, non ha queste competenze: siamo un’associazione volontaria di produttori che si raggruppano affinché noi struttura portiamo avanti gli interessi di categoria. Diamo servizi e lavoriamo con le istituzioni. Ma i controlli esistono ed è grazie ai controlli che sono state evidenziate quelle che sono definibili come frodi. La magistratura è intervenuta e i colpevoli stanno patteggiando o subiranno un processo. Come rendere allora la filiera più impermeabile? Aumentando i controlli e rendendoli più efficaci. Ma nel mondo le frodi sono sempre esistite e sempre esisteranno. Le regole vanno rispettate». —
E.Spa.
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