Signor Villiam denunci l'imitatore
L'editoriale del direttore della Gazzetta, Stefano Scansani, sull'audio shock diffuso a Casalgrande
REGGIO EMILIA. Rinaldi Villiam dice che non è lui. Che non è stato lui. Che quella non è la voce sua. Allora impronto il ragionamento che segue su un protagonista con nome d’invenzione: Rinaldi Imitato (bene assai, dicono). Questa storia ricorrente dello sparare a vista, in fronte o in mezzo agli occhi per far fuori un avversario ossessivo è vecchissima. Anche bipartisan. E così indelebile nel patrimonio umorale italiano da passare dritta dritta nelle barzellette. I comunisti consigliavano: “Se vedi un punto nero all’orizzonte spara, è un prete o un fascista”. I fascisti prescrivevano: “Se vedi un punto rosso all’orizzonte spara, è un comunista”.
Sono due facezie estremistiche violente che appartengono alla guerra civile del secondo dopoguerra, poi ai blocchi ideologici contrapposti che proprio nella nostra terra si stemperano nell’invenzione guareschiana del Mondo Piccolo: il nero contro il rosso, il rosso contro il nero con ancora gli schioppi pronti, nascosti in granaio, il munizionamento in cantina e compagnia bella.
La cantilena di questo impulso a sparare o, comunque, di tener pronta l’artiglieria, pur essendo passata dentro l’ammortizzatore delle barzellette – al di là della tragica fase degli anni di piombo – ha avuto nella Lega un humus allegorico. Un terreno da cinepanettone politico che però non venne preso molto sul serio. Perché in Italia tutto passa e passa tutto. Il 6 aprile 2008 Bossi disse: “Se necessario, per fermare i romani che hanno stampato queste schede elettorali che sono una vera porcata, e non permettono di votare in semplicità e chiarezza, potremmo anche imbracciare i fucili”. L’8 aprile 2008, invece, il fondatore della Lega toglieva la sicura, ma stavolta contro l’ultradestra: “Noi i fascisti li teniamo sotto tiro con il Winchester”.
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E aggiungeva la raffica: “L’esercito albanese ha lasciato caserme e armi incustodite: se accadesse da noi in Italia sapremmo noi cosa farcene”. “Ho fermato trecentomila bergamaschi pronti a imbracciare il fucile”.
“Se Berlusconi mi telefona gli faccio sentire il rumore del mio revolver”. “Abbiamo tutti il mitragliatore in mano e sarà un piacere portarmene un po’ all’altro mondo”.
Il 29 aprile 2008 ancora Bossi ringhiava: “Non so cosa vuole la sinistra, noi siamo pronti, se vogliono fare gli scontri io ho trecentomila uomini sempre a disposizione, se vogliono accomodarsi”.
Di più: “Abbiamo 300 mila uomini, 300 mila martiri, pronti a battersi e non scherziamo... mica siamo quattro gatti. Credete che avremmo difficoltà a trovare gli uomini? No, perché verrebbero giù anche dalle montagne".
Il 10 agosto 2013: “Meno male che, qui in Valtrompia, ci sono ancora le armi. Un giorno serviranno…”.
Mi si dirà che è folklore che sgorga dal personaggio Bossi. E quindi va interpretato come una forma di espressione politica figurata, funambolica, elementare ed efficace.
Osservo che questa filastrocca ricorrente nell’immaginario di molti italiani è invece un chiodo fisso permanente.
Un chiodo che non ha mai abbandonato la modalità eccessiva di immaginare la politica. Di combattere in politica. Un chiodo che per qualcuno è un atto fisico che confonde il pensiero debole (la barzelletta) con l’impulso forte (la sconfitta del nemico).
Questi qualcuno sono costituzionalmente fascisti e vanno incasellati in un ambito antropologico speciale mai abbastanza studiato. Sono uomini e anche donne contemporanei che scambiano i valori, le regole e la convivenza democratica per una gabbia, insieme costituiscono delle aggregazioni tribali le quali – oggi – sono rintracciabili nei gruppi neofascisti fino ai black bloc.
Ma hanno un difetto di fabbrica ricorrente: se presi in masnada, manipolo, squadra, gruppo esprimono una forza dirompente che non tradisce il proprio “credo”; se presi singolarmente valgono un fico secco. Si smorzano, si cacano sotto, balbettano, chiedono anche scusa. Fanno cilecca.
Ciò succede nella concretezza quotidiana come nella comunicazione virtuale.
Credo che l’imitatore (impressionante) di Villiam Rinaldi (lo denunci, santocielo!) corrisponda alla categoria per la quale i propugnatori della metafora delle fucilate in testa agli avversari comunisti (ma ce ne sono ancora?), in verità non è una metà-fora. Ma un foro intero.
Nell’intelletto. —
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